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Full text of "Lettere inedite di illustri italiani nelle scienze e nelle lettere"

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LETTERE INEDITE ^ ^ 

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ILLUSTRI ITALIANI 



NELLE SCIENZE E NELLE LETTERE 
cavate dalla Raccolta di Autografi 

DEL 

GAV. DAMIANO MUONI 

pubblicate e commentate 
DAL 

PROF. FRANCESCO BERLAN 






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MIL/.1TO 

TIPOGRAFIA DI F. GAREFFI 
Via Larga, Num. 35 

1866. 







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NELLE SCIENZE E NELLE LETTERE 

cavate dalla Raccolta di Auto-orafi 



DEL 



CAV. DAMIANO MUOJNTX 



pubblicate e commentate 



DAL 



PROF. FRANCESCO BERLAN 

nel Periodico milanese L'ISTRUZIONE PUBBLICA 

ANNO I. - 18Go. 



M, l L A IT C 

TIPOGRAFIA DI F- GAREFFI 

Via di S. Giovanni in Gugyirolo, 

Ì8G5. 



Proprietà letteraria- 
Edizione di soli 500 esemplari. 



LETTERE INEDITE 



ni 



ILLUSTRI ITALIANI 



È nostra intenzione di dare sotto questo titolo buon nmnero di lettere e 
scritti inediti de' più illustri Italiani, per rischiarare punti storici mal cono- 
sciuti o inai apprezzati , per riempiere qualcuna delle molte lacune che ha 
ancora la storia letteraria italiana , per porgere infine qualche nuovo lume 
sulla vita di quegli uomini egregi. 

Ora cominciamo con un manipolo di lettere che ci venne favorito dal 
eh. sig. cav. Damiano Muoni , nelle quali tutte, o per V un modo o per V al- 
tro, si fa scorgere il sentimento patriottico degli uomini esimii cha. le dettavano, 
o si manifestano le loro miserie ed immeritate condizioni, o trovano uno sfogo 
i loro dignitosi risentimenti , o si rivela la libertà di anime sublimi che non 
si lasciali fiaccare né dalla prepotenza ne dalla sventura. Vogliamo sperare che 
tali pubblicazioni tornino all' universale più gradite, e più utili a buoni studj, 
di quello che le solite novelle, racconti e romanzetti di cui usano imbastarsi 
non pochi giornali più o meno letterari. 

Non fa d'uopo ricordare come la bella raccolta degli autografi ed altri 
manoscritti del eh. sig. cav. Muoni goda una ben meritata fama sì per il loro 
merito intrinseco come per V opera solerte ed intelligente del medesimo signore 
nell'ordinaria ed illustrarla con erudite memorie (*). 

(') Ne produciamo il catalogo alla pagina seguente. 



ÒPERE STORICHE DEL CAV. DAMIANO MUOM 



Lettere inedite di Eugenio di Savoia a D. Uberto Stampa di Montecastelìo, annotate e 
precedute da alcani cenni biografici. 

Questo primo saggio storico dell'Autore trovasi insci ilo nella strenna La {Ricordanza . Milano, 
Alessandro Ripamonti; 1834. 

Elenco delle Zecche d'Italia dal medio evo infino a noi, e Famiglia Sforza. Milano, 

Francesco Colombo, 1858. 
Governatori, Luogotenenti e Capitani generali dello Stalo di Milano dall'anno 1499 al- 
l' anno 1848. Milano, Francesco Colombo, 1859. 
Sono due volumi in-8 grande, al prezzo di ilal. L. 12, facenti parte dell'opera intitolata: Colle- 
zione «T Autografi <li Famiglie Sovrane, ecc. illustrata con cenni biografici, documenti, fac-simili, 
ritratti, suggelli e monete di alcuni Stati Italiani. 



Memorie storiche di Anlignate, con un cenno sulle varie raccolte dell'Autore. Milano, 
Tipografia dell' Orfanotrofio de' Maschi, 1861. 

Considerazioni storico-filosofiche sulla pena capitale. Milano, F. Gareffi, 1862. 

Memoria dedicata al I*arlamento Italiano, esaminata e vivamente discussa dall' Istituto storie» 
di Frane!» sotto il punto di vista della legislazione francese, nella seduta generale 26 febbraio 1862; pre- 
miata dall'Accademia Flsio-Medìco-Statistica colla propria medaglia nell'adunanza io dicembre 1864. 



Nozioni sulla Rezia dalle origini alle tre leghe. Milano, F. Garoffi, 1863. 

Memoria letta nelle adunanze 13 febbraio, 20 marzo e 16 aprile 1863 dell' Accademia Fisio-Medico- 
Statistica. Sopra questo lavoro si ha alle stampe: Rapport (ad à l'Institut historique de France par san 
Président M. ERNEST Breton. — (Invéstig-ateur, journal de l'Institut historique ile France, tom. IV, 
IV.e sèrie, livraison du mai 1861 — et Milan typograpbie ex Boniotti, dirige par F. Garelli, 1864.) 



Lettre de Charles IX roi de Franco au pape Pie IV (1565). Paris. L. Toinon et C, rue 
de Paris, 80, a Saint-Germain. 

Estrait de rinvcstigateiir, journal de l'Institut historique de France, 343 livraison, juin 1863. 



Binasco ed altri comuni dell'agro milanese, studi storici con note e documenti. Milano, 

Stabilimento tipografico già Boniotti, diretto da F. Gareffi, 1864. 

Memoria Iella nelle adunanze 17 dicembre 1863, 21 gennaio, 18 febbraio e 21 aprile 1864 dell' Acca- 
demia Fisio-*Eedico-St«itistiea. 



Sulle monete di Sardegna, prolusione storica e commento alle analoghe Memorie del 
cav. Agostino To\iri. Milano, Tip. di Gaetano Bozza, 1865. 
Dagli atti della Società lombarda di economia politica, anno II della sua fondazione, fase. IV. 

II Duello, appunti storici e morali. Milano, Tipografia di Francesco Gareffi, 1865. 

Memoria letta all'Accademia Fisio-Medico-Statìstica di Milano nell'adunanza del 16 marzo 1863. 



Alcuni articoli di storia e numismatica. 

Trovansi inseriti in vari giornali, non die nel Htlzionario coregTsfipo, compilato dal chiarissimo 
professore Amato Amati, che l'orina la Parte prima della grandiosa opera (in corso di stampa), intitolata: 
ÌL ''Italia sotto l'aspetto fisico, storico, artistico e statistico. Milano, dott. Francesco Vallardi, 1865. 



Nuovo Beperlorio delle Zecche d'Italia dal medio evo ai tempi nostri (non si è pubbli- 
cato finora che l'introduzione). Milano, Tipografìa Colnago, 1865. 



La zecca di Milano nel secolo XV, documenti e note (in corso di stampa). 



Melzo e Gorgonzola, Notizie storiche con documenti e note (di prossima pubblicazione). 



Si rendono presso la Libreria Bri gol a Corso Vittorio Emanuele, N. Iti, 



I. 



GIUSEPPE PARINI 



(N. 1729, m. 1799). 



Crediamo che Cesare Cantù avrebbe po- 
tuto essere meno irriverente verso l'autore 
del Mattino, risparmiandosi, in quel suo li- 
bro che ha per titolo L' abate Parini e la 
Lombardia nel secolo passato, quelle frasi: 
« Si trovò allora meglio agiato, ma subì 
la sorte d'impiegato regio; e, se non ven- 
dette l'anima, imprestò qualche volta la 
musa a cantare duchi e V imperatore » . Cosif- 
fatte sentenze, proferite con sì mal garbo, 
avrebbero sonato meglio nella bocca di 
qualche rigido anacoreta, lontano dalle corti 
e inaccessibile alle loro seduzioni, di quello 
che sulle labbra del cav. Cantù. Il Parini 
non fu mai agiato , appunto perchè non subì 
la sorte d' impiegato regio, se con ciò vo- 
gliasi dire (che non sarebbe giusto) essere 
destino del pubblico funzionario di piegarsi 
a tutte le esigenze de' superiori ; o subì la 
sorte d'impiegato, se ciò significhi che fu 
povero e meschino in mezzo alle gravi oc- 
cupazioni della sua vita, onorevoli alla pa- 
tria ed utili alla gioventù ed agli studi. 
Ben più degnamente e con più cuore il 
prelodato signor Muoni toccava , nel suo 
Binasco, delle non felici condizioni econo- 
miche dell'illustre poeta a' tempi del go- 
vernatore Firmian. « Il Parini , egli scri- 
ve , ( Binasco ed altri Comuni dell' agro 
milanese. Milano , Tip. Gareffi , 1864 , pa- 
gina 94) « Il Parini , niuno ancora il sa , 
» malato di terzana, derelitto, bisognoso , 



» veggevasi costretto a stendere la mano 
» all' estranio che reggeva lo Stato, umil- 
» mente implorando volesse accrescergli , 
» per vivere, il beneficio ottenuto alcun 
» tempo prima dall'alta munificenza sua, be- 
» neficio che non davagli più di centosessanta 
» lire l'anno. Lagrimevole sorte degli uo- 
» mini grandi 1 bisogna eh' e' scendano sot- 
» terra, se vogliono che un giorno venga 
» fatta giustizia al loro nomel Quante volte 
» ci venne fatto di udire: Oh se colui a'giorni 
» nostri vivesse ! — Lasciate eh' ei riposi in 
» pace, fummo ognora tentati rispondere: 
» guai a lui se Dio pensasse ritornarlo agli 
» uomini! Egli sarebbe nuovamente scher- 
» nito, vilipeso, schiacciato». Appunto da 
questa domanda del Parini, diretta ad ot- 
tenere, come egli ne aveva diritto, un mi- 
glioramento alla sua sorte da chi aveva 
i mezzi e il dovere di farglielo, tratta la 
prima lettera che pubblichiamo. È una mi- 
nuta, tutta di pugno del Parini, fra gli 
autografi posseduti dal eh. sig. cav. Muoni. 
Per commento ad essa bastano le parole 
che di questo signore abbiamo or ora ri- 
portate; e noi non ci permettiamo che una 
sola e piccolissima osservazione , ed è su 
quella parte della lettera, su quella frase che 
accenna ad una delle non degne conseguenze 
della troppa modestia. Tutti i tempi s'assomi- 
gliano : mentre gli uomini d' ingegno per 
ispingersi avanti aspettano il permesso della 



« 



LETTERE INEDITE 



loro coscienza rigorosa, e tarda a decidersi, 
i mediocri ed i nulli con un bel salto mon- 
tano a quelli sul capo, e salgono. E cosi 
un bel giorno la zucca si trova sopra il 
pero, per non dire qualche cosa di peggio, 
per non assomigliare certa gente alle esa- 
lazioni di putride acque che s' alzano fino 
alle nubi , e poi colla forza che trovano in 
alto possono ricadere al basso , e ricadono 
spesse volte in tempesta. 

La seconda lettera del Parini ci conferma 
sempre più nell' alta idea che i contempo- 
ranei ed i posteri si formarono del suo ca- 
rattere indipendente. È una scappatoia per 
liberarsi da un impegno a cui con qualche 
leggerezza s" era lasciato trarre ; perchè 
tutti gli uomini hanno qualche momento di 
debolezza, e degni di biasimo sono quelli 
soltanto che, postisi inavvedutamente su falsa 
via, ostinatamente vi perseverano. Scrivere 
ad uomo di corte : « Io debbo lodare il prin- 
cipe, ma non so di che lodarlo; suggeritemi 
voi le parole » ; non era certamente arte 
di fino adulatore, ma piuttosto un tirarsi 
addosso de' rimproveri, cadere in disgrazia 
della Corte ed arrischiare l'impiego. Ma cosi 
fece appunto il Parini , per isdossarsi il ca- 
rico dell' elogio della imperatrice Maria Te- 
resa che gli era stato affidato dalla Società 
patriottica di Milano, cioè da uomini quali 
erano Cesare Beccaria, l' abate Paolo Frisi, 
il conte Giacomo Mellerio e il padre Er- 
menegildo Pini. I tempi di Maria Teresa 
e di Giuseppe II (l'imperatore a cui allude 
il Cantù) non erano stati molto nefasti per 
la Lombardia, e Maria Teresa era stata cele- 
brata dai versi di Klopstock; ma sapete voi 
ciò che il Parini , pentito già d' avere accet- 
tato l' uffizio di panegirista di una sovrana 
straniera, rispondeva all'amico suo Gian Ri- 
naldo Carli, che lo sollecitava a vincere le 
sue ripugnanze ed a fare in qualche modo il 
promesso elogio; sapete voi che gli risponde- 
va? « Io non trovo, scrivevagli il Parini, ve- 
» runa idea soddisfacente , su cui tessere 
» l'elogio della imperatrice: ella non fu 
» che generosa : donare 1' altrui non è vir- 
» tu ». « Egli biasimava » , dice il Reina 
nella Vita di lui, « la segreta inquisizione di 
» cui grandemente si compiaceva la impe 
» ratrice, ed i privati grandissimi disordini 
» della famiglia di lei » . Ma altro è rispon- 
dere ad un amico, -ed altro rivolgersi ad 
un alto funzionario pubblico per avere no- 
tizie sulle virtù piti straordinarie della 
sovrana, le quali doveano essere note ad 
ognuno, e poi, avutele, come ci consta 
ch'egli le ebbe infatti, ritrarsi dall'impegno 
col pretesto di malattia, della quale dichia- 
rava non avere speranza alcuna di pronto 



ristabilimento. Era rimandare l'elogio alle 
calende greche, cioè rifiutarvisi decisamente. 
La coscienza aveva parlato , ed egli per ob- 
bedirle non badava al pericolo di cadere in 
disgrazia di coloro che avevano fatto e po- 
tevano disfare la sua sorte, Dalle biografie 
stampate non risulta ben chiaro il suo formale 
e diffinitivo rifiuto. Scrive il sopracitato Reina 
(1. e): « E' si disse incapace dell'impresa 
per assoluta smemoraggine » . Noi possiamo 
aggiungere qualcosa di più, in seguito a 
ricerche fatte negli Archivi governativi di 
S. Fedele, tra le carte della Società Pa- 
triottica. Negli appuntamenti presi nella ses- 
sione di quella Società li 20 maggio 1781, 
sottoscritto Carlo Amoretti segretario , si 
legge: 

« Il signor Marchese, Conservatore an- 
« ziano (Cesare Beccaria) , espose alla So- 
» cietà i motivi d' averla convocata straor- 
» dinariamente ; giacché altra sessione erasi 
» tenuta pochi dì prima. La cagione prin- 
»> cipale fu per una lettera ricevuta dalì'ab. 
» Parini , in cui questi pregava la Società 
» a scioglierlo dal datogli ed accettato in- 
» carico di recitare nella già fissata pub- 
» blica adunanza l' Elogio dell' Augusta Fon- 
» datrice. Scriveva in tal lettera che mal- 
» ferma era la sua salute quando la Società 
» gli fece 1" onore di volgersi a lui per tal 
» elogio ; ma che ciò non ostante egli l'ac- 
» cettò sperando di presto ristabilirsi. Non 
» lasciò d' occuparsene , malgrado la poca 
» salute e un presso che continuo mal di 
» capo , e si lusingò di potervi dare com- 
» pimento in breve. Essendo vicino il pre- 
» fisso tempo, se ne occupò più che mai, 
» cosicché il soverchio studio indebolì viep- 
» più la sua mente: sperò trovar sollievo 
» e forza nell' aria più pura della campa- 
» gna; ma ivi il male crebbe a segno che, 
» disperando di poter servire alle viste della 
» Società , credè necessario di ritirarsi 
» dall' impegno, per non protrarre più lun- 
» gamente l'aspettazione dell'Elogio: tanto 
» più che non aveva alcuna speranza mag- 
» giore di pronto ristabilimento. Avendo 
» ciò esposto il sig. Marchese , propose di 
» protrarre la pubblica sessione in settem- 
» bre, tempo a cui per insinuazione della 
» R. Corte s' è già fissata per gli anni 
» avvenire , e in esso , omettendo l'Elogio 
» funebre, che sarebbe fuor di tempo, re- 
» citare delle dissertazioni , intorno alla 
» scelta delle quali sarebbesi in altra ses- 
» sione parlato. 

» La Società, sensibile al male del suo 
» socio , consentì , sebbene con dispiacere , 
» d' essere priva dell' onore che fatto le 
» avrebbe tal Elogio , e approvò che si 



DI ILLUSTRI ITALIANI 



» trasferisse la pubblica sessione al settem- 
» bre, e nel modo indicato. 

Ecco ora le due lettere del Parini: 

Eccellenza. 

Ardisco di scrivere con mano incerta 
all' E. V. dal letto , in cui mi trovo no- 
vamente malato di febbre terzana. La mia 
presente situazione, oltre l'ordinaria ca- 
gionevolezza della mia salute, mi fa ora 
sentir maggiormente il peso della mia ri- 
stretta fortuna ; e ciò mi dà occasione di 
pensare con maggior cautela all'età già 
avanzata. Io ho sempre riconosciuto in 
V. E. l'autore spontaneo della mia, qua- 
lunque sia, sorte presente: e se io non 
la godo migliore, non è certo dipendente 
dal cuore troppo magnanimo dell' E. V., 
ma da un certo mio stoicismo , e dalla 
conoscenza del poco mio merito che mi 
ha renduto o modesto o meno attivo di 
quel che sarebbe convenuto al mio biso- 
gno. Che sarebbe di me quando il giro 
delle cose umane portasse che V. E. do- 
vesse felicitare colla sua presenza altri 
paesi? Io mancherei di sostegno in quel 
tempo appunto che più mi bisognerebbe, 
cioè nella mia vecchiezza. Stimo dunque 
prudenza ricorrere ad un padre, che finora 
per moto proprio mi ha soccorso ed anche 
onorato, rappresentandogli il mio stato, 
acciocché quando se ne dia 1' occasione , 
si degni d' averne quel riguardo , che 
dalla grandezza del suo animo gli verrà 
suggerito. Io non ho altri beni in questo 
mondo, che lo stipendio di Professore (1), 
e, il piccolo Beneficio, che per la protezione 
di V. E. ottenni l'anno passato. Ma que- 
sto contro l'intenzione di V. E. e contro 
l' aspettazione mia , è riuscito così piccola 
cosa, che quasi mi vergogno di dirlo, che 
non rende più di cento sessanta lire l'anno. 
Dall'altra parte, presentemente è caro ogni 
cosa: ho le prime necessità, a cui sup- 
plire: ho quelle che porta la mia poca 
salute; e quelle finalmente in cui mi 
pone la mia comunque umilissima con- 
dizione. Io non oserò suggerire a V. E. 
i mezzi con cui migliorarcela mia fortuna. 
Troppo bene le verranno indicati dalla 
penetrazione della sua mente, renduta an- 
che più perspicace dal suo connaturale 
amore della beneficenza. Io ho 1' onore 
d'esser conosciuto dall' E. V., ed Ella ve- 
drà come ciò si possa meglio conseguire, 
o con un impiego migliore, o con un ac- 

(I) Il suo onorario come professore nelle Scuole 
Palatine era in quel tempo di lire dumila. 



crescimento d' impieghi, o con qualche 
Benefizio o pensione ecclesiastica. Guar- 
dimi il cielo che io avessi intenzione con 
quanto ardisco esporre a V. E. d'impor- 
tunarla oltre il rispetto che Le si deve. Io 
non desidero altro per ora, se non che 
questo foglio serva d' una memoria pre- 
sente all' E. V. in caso che Le si offerisse 
luogo di farmi sentire ulteriormente l'in- 
fluenza della sua protezione. L'umanità 
che V. E. si è sempre degnata di dimo- 
strarmi, e quella massimamente, che mi 
dimostrò pochi giorni sono, quando ebbi 
l'onore di presentarmele; sono i motivi, che, 
oltre 1' esposte mie circostanze, m'han- 
no indotto alla temerità di importunar- 
la scrivendo; e a pregarla inoltre di ri- 
tenere nel solo suo discretissimo cuore 
questi miei sentimenti. Chieggo all'È. V. 
umilmente perdono di quanto ho ardito 
di fare: e sono con profondo rispetto 
Di V. E. 

Umìliss. Servitore 
GiusErpE Parini. 

Milano, 5 dicembre 1773. 



Eccellenza. 

La Società Patriolica mi ha dato l'ono- 
revolissimo incarico di tessere un elogio 
alla defunta Sovrana, sua gloriosa inslitu- 
trice. Ma quanto P incumbenza è somma- 
mente consentanea ai sentimenti del mio 
cuore; altrettanto è sproporzionata alle 
facoltà della mia mente. In tale circo- 
stanza da niun altro potrei sperare più 
benigni, più grandi e più efficaci sussidj, 
che da V. E. Ardisco dunque di suppli- 
care la singolare umanità dell' E. V. che 
voglia aver la degnazione di farmi comu- 
nicare quelle cose più straordinarie in- 
torno alle virtù di una tanta Sovrana, che 
V. E. giudicherà più opportune, e le quali 
Le debbono spezialmente esser note in 
grazia delle ben meritate e gloriose rela- 
zioni in cui Essa è collocata. Chiedo umil- 
mente perdono della temerità mia, e sono 
con profondo rispetto 



Di V. E. 



Umiliss. Servitore 

Giuseppe Parini. 



26 dicembre 1780. 



II. 



TERESA BANDETTINI-LANDUCCI 



(N. 1763, - m. 1SOO). 



Non tutte le verità sono assolute ; che 
nella vita de' popoli ciò che ieri era vero, 
oggi può essere falso. I lombardi Sardana- 
pali del tempo di Parini scomparvero, senza 
che s'abbruciassero, come l'antico, colle 
loro femmine : agli ingnobili piaceri delle 
grasse mense altri successero più degni. 
Perciò non v'ha uomo tra gli usciti dai 
■magnanimi lombi che ora istizzisca ai versi 
del Parini o n' abbia cruccio ; ognuno anzi 
gli encomia come pittura fedele ed elegante 
di uomini e cose passate. Or se l'autore del 
Mattino è perdonato, anzi lodato, dagli uo- 
mini, a più forte ragione bisogna che dalle 
donne si accordi plenaria indulgenza ad un 
altro Parini, ma di genere femminile, cioè 
alla celebre poetessa lucchese Teresa Bandet- 
tini-Landucci, che fu ardita giudicare un po' 
severamente le donne milanesi del suo tempo. 
La lettera inedita che pubblichiamo di que- 
sta signora è pure cavata dalla bella raccolta 
Muoni, e noi, mettendola in luce, intendia- 
mo appunto che ad altro non serva che come 
termine di confronto, e quindi non torni che 
ad onore delle presenti donne della nostra 
colta città, le quali si sono fatte ben di- 
verse dalle antiche , ed alla bellezza ed al 
brio naturale hanno aggiunto le belle qua- 
lità che provengono da una squisita educa- 
zione. Le donne colte sono adesso in grandis- 
simo numero ; ora non isbadiglierebbero piti 
ai versi improvvisi di una poetessa, ma sa- 



rebbero capaci di distinguere i buoni dai 
cattivi e di suggerire anche a quella si- 
gnora d' impiegar il suo ingegno ed i suoi 
studi in miglior modo che poetando. I pen- 
sieri d'allora sono adesso ben mutati! E come 
parlano ora quegli occhi che al tempo della 
Bandettini non dicevano nulla! Non v'è 
più il cattivo gusto del busto enorme, né 
la passione del fazzoletto rigonfiato sopra 
il petto, ma idee ed ambizioni che spingono 
le donne a gareggiare cogli uomini in ogni 
genere di studi, d'imprese e di esercizi. Ora 
dalla calzetta passano alla critica , e biso- 
gna vedere come son rigorose ! V'ha anzi 
taluna eh' è tanto padrona degli studi 
e degli studiosi da poter dirigere l'istru- 
zione pubblica! E se la Bandcttini-Landucci 
vivesse oggi, ed avesse bisogno di un im- 
piego , le varrebbero poco le lodi e i cer- 
tificati amplissimi di Parini, di Mascheroni 
e d'Alfieri, se non avesse le simpatie e 1* 
buone grazie di certe Ninfe Egerie ! 



Milano, 4 maggio 1793. 
Pregiatissimo Amico rispettabilissimo. 



Voi vivete in inganno: 



mi avete cre- 
duta sana, mentre sono stata malissimo 
per l'incostanza della stagione in una città 
soggetta, per quanto mi vien detto , a 



LETTERE INEDITI: U 

risentirne tulli gli effetti; un raffreddore 
ostinato è stalo mio compagno un intero 
mese, né è del tulto svanito. Ora anda- 
tevi a fidare dell'apparenza 1 Ogni regola 
ha la sua eccezione: quella che voi ave- 
vate adottala alla prima è stata fallace, 
onde da qui in avanti sarà bene che 
prima di decìdervi passiate a me parola. 
Quanto mai conoscete il genio di questa 
metropoli J Essa è qual la pìngete; i suoi 
abitatori sono veramente epicurei, segna- 
tamente nella tavola. Se io avessi labilità 
dì cantare alle tavole, come solevano gli 
antichi Greci, che sì ch'avrei sbalorditi 
ancora gP idolatri della crapula? Ma era 
duopo cangiare il nome alle divinila; per 
esempio chiamare — riso giallo Apollo, bu- 
secca (1) Clio, Giove salame, e così di mano 
in mano formare una saporita e grassa 
genealogia di questi numi tutelari. Fuor 
di celia, io piaccio, né ho di che lagnarmi; 
i dotti m'applaudiscono, gli sciocchi sba- 
digliano, ma gridano: Oh tirava ) Lo dicono 
alcuna volta fuor di tempo ; io però ho 
la cura di porre a loco ì loro applausi , 
acciò non vadano a vuoto, il fanatismo 
per l'accademia pubblica cresce. Se ve- 
deste come io facevo la svogliata ! Sembro 
proprio una smorfiosa a cui nausea un 
qualche odore; eseguisco, a puntino la vo- 
stra lezione, sicura d'un buon esito. Gio- 
vedì cantai in casa del Presidente Carli; 
il crocchio era di letterati; ho goduto an- 
cor io, perchè ben di raro m'arrivano tali 
fortune. Domenica sono in casa Soncino. 

(1) Voce del vernacolo milanese che significa 
trippa, ossia ventre delle bestie bovine. La busecca 
è una vivanda dì cui diconsi molto ghiotti i Mi- 
lanesi. 



ILLISIUI ITALIANI 



9 



Mi vien fatto credere chela padrona abbia 
talento; buon per me se ciò è vero, giac- 
ché, a dirvela come la intendo, queste 
signore, benché per proprio interesse lo 
dissimulino, gustano le mie poesie nel 
modo stesso che io gusto il loro enorme 
buslo. Ove è mai, dico tra me sovente, 
la intelligente contessa Archinlo? Possi- 
bile che fra tante teste non ve ne sia una 
architettata, almeno in parte, su quel gu- 
sto? Ma io ho un bel dire, un bel ricer- 
care sul viso a queste belle un segno che 
P anima s'appaghi ed occupi. I loro occhi 
nulla dicono; il fazzoletto rigonfiato sopra 
il loro pelto le interessa più <P un pen- 
siero omerico, e il cappellino della loro 
vicina richiama tutta la loro attenzione. 
Voi direte che sono satirica, che troppo 
esigo dalle donne, che esse devono servire 
alla moda per servire alla società: sopra 
ciò con voi sono d'accordo; ma quando vi 
è qualche cosa di meglio perdersi in pic- 
ciolezze non è una crassa ignoranza? Umi- 
liate i miei complimenti all'amabilissima 
signora contessa Archinlo. Il non trovare 
in Milano una copia di essa mi rende vie 
più sacro l'originale. Bramo essere ram- 
menlala al signor Isidoro di cui sono esli- 
matrice. Amatemi alla vostra usanza, che 
sarà quella della sensibilità. Addio, caro 
il mio amico. Sono la vostra amica all'e- 
zionalissima 

Amarilli (1). 

Al nobil uomo il signor Marchese N. N. 

Cremona. 

(1) Nome accademico della Dandetliui. 



Illustri Italiani 



III. 



GREGORIO FONTANA 



CX. 1735, m. 1805.J. 



Il celebre matematico Gregorio Fontana 
non ha ancora trovato un biografo che 
raccogliesse tutti i principali punti della 
sua vita. E un' arida cosa, quasi tutta scien- 
tifica , ciò che ne dice lo stesso professor 
Giambattista Savioli nell'Elogio funebre di 
lui. Non vi si vede l'uomo, lo scolopio, il 
cittadino, ma appena lo scienziato. Eppure 
molte delle vicende a cui quell'illustre uomo 
andò soggetto erano assai istruttive, e avreb- 
bero servito se non altro a dimostrare che 
non solamente a' grandi nomi sogliono ac- 
compagnarsi, implacabili nemiche, le gran- 
di invidie , ma che pur troppo , anche fra 
gli uomini più dotti attecchiscono le basse 
passioni de' volgari. Coi molti e preziosi 
documenti che abbiamo già raccolti intor- 
no la vita pubblica e privata di questo scien- 
ziato veramente chiarissimo procureremo , 
a suo tempo di colmare siffatte lacune. 

La lettera che intanto pubblichiamo, forni- 
taci dal Muoni, non serve che a porre in luce 
e certificare un fatto taciuto dai biografi del 
Fontana, cioè che al venire degli Austro-Russi 
in Lombardia, egli, vecchio e malaticcio, eb- 
be a subire prigionia lunga, per essere stato 
uno dei più caldi ed operosi partigiani della 
Repubblica Cisalpina. Il Savioli, consultato 
da noi (l),dice semplicemente, che « negli ul- 



(1) Elogio di Gregorio Fontana C. R. delle Scuole 
Pie, professore di matematica sublime nell' Uni- 



» timi suoi anni , e presso alla fine dello 
» scorso secolo, ritornata la pace e la tran- 
» quillità, dopo la celebre battaglia di Ma- 
» rengo, e reso libero dalle vessazioni che 
» aveva sofferto nel corso di tredici mesi , 
>> si stabilì in Milano; » ma queste parole 
sono ben vaghe, e non s"è trovata ancora 
la lente microscopica che attraverso ad esse 
possa far leggere e capire che verso la 
metà di luglio del 1799 egli fu posto in 
carcere e processato , e che lunghi mesi 
durò la sua prigionia per cagioni tutto af- 
fatto politiche. Il suo primo stabilirsi in 
Milano fu nel 1799, in luglio, come fu det- 
to, non per sua elezione, ma per forza. Ep- 
pure il Savioli, che parlava, pagato da un 
governo libero, in paese libero, poteva es- 
sere più esplicito. Ma c'era dall'una parte, 
oltre la paura del ritorno degli Austriaci , 
una consorteria di professori , che s' ado- 
prava perchè egli dicesse il meno possi- 
bile in onore dell'uomo a cui essi non sa- 
pevano perdonare o concedere di superarli 
nell'inp'e'mo o nella fama: e e' era dal- 



versit, 5 ! di Pavia , membro del Corpo Legislativo 
della Repubblica Italiana, dell'Istituto Nazionale, 
de' Quaranta della Società Italiana, socio delle 
Accademie di Torino, di Gottinga, ecc., recitato 
da G. B. Savioli C. R. B., professore di tìsica ge- 
nerale nell' Università di Pavia, in occasione della 
pompa funebre celebrata per ordine del governo 
il di 19 aprile 1804. Pavia, nella Tipografìa Bol- 
zani. 1804. 



LETTERE INEDITE DI ILLUSTRI ITALIANI 



il 



l'ultra parte un governo che lo pagava 
perchè finalmente in onore di quell'uomo 
dicesse e stampasse pur qualche cosa! La 
lettera del Fontana che pubblichiamo non 
mostra certamente un carattere forte e vi- 
goroso; ma bisogna considerare l' età di chi 
la dettava , la sua inferma salute, i tempi , 
il luogo dov'era, e gli artigli che lo tene- 
vano ghermito. Notisi pure, che fu di na- 
tura piuttosto timido , come di lui scrive 
il Savioli, e che fu frate. Queste conside- 
razioni, se non valgono a scusare ed a giu- 
stificare affatto la sua debolezza, le frasi a 
doppio scuso della sua lettera, giovano cer- 
tamente a ribadire e confermare queste ve- 
rità, che alle volte e troppe volte si dimen- 
ticano, che cioè in politica non si può ra- 
gionevolmente esigere da' vecchi il franco 
entusiasmo dei giovani, e che l 1 educazione 
fratesca lascia, come le grandi malattie, de* 
residui morbosi, che presto o tardi si svi- 
luppano. Il buon vecchio senza troppa fa- 
tica dichiarava d' uniformarsi ai principii 
adottati dalla Commissione Imperiale, per- 
chè la rassegnazione era stata una con- 
dizione sine qua non della sua carriera 
di chierico regolare delle Scuole Pie- Ma 
a suo onore non si dimentichi poi' che da 
solo poco tempo egli era diventato uomo 
vecchio in politica; che prima del 1800, cioè 
nel 1797 e nel 1798, era stato uno de' più 
saldi , de' più coraggiosi e dei più validi 
campioni della libertà (1). 

(I) In appoggio a ciò il compilatore di questi 
cenni, prof. Berlan , pubblicava, in appendice ai 
medesimi, nello stesso giornale da lui redatto , 
l'Istruzione pubblica, ima mozione del Fontana 
letta nel Consiglio degli Juniori della Repubblica 
Cisalpina gli 8 vendemmiale anno VII repubbli- 
cano (29 settembre 1798) e intitolata: Sulla ne- 
cessila di continuare la soppressione dei Corpi Re- 
golari; aggiungendovi un altro scritto inedito del 
medesimo autore relativo ni Metodo d' insegnare 
la Logica e la Metafisica , tratto dagli Archici di 
S. Fedele in Milano (Classe Autografi). 



Lettera di Gregorio Fontana. 

R. Commisario Generale di Polizia. 

Dopo cinque mesi e mezzo già trascorsi 
del suo penoso arresto nel convento del 
Giardino l'infrascritto supplicante implora 
la clemenza della R. Commissione per ot- 
tenere la grazia della sua liberazione. 
Nella sua languente e sempre miserabile 
salute, privo di ogni necessaria domestica 
assistenza, egli spera che la R. Commis- 
sione vorrà impietosirsi sulla sua sorte. 
La sua condotta, la sua vita passata, tulle 
le sue azioni inspirano al medesimo que- 
sta fiducia nell'equità e magnanimità della 
R. Commissione. Lungi da ogni orgoglio ed 
indocilità per natura e per abito, egli è 
stato sempre pronto ad abbracciare i sen- 
timenti e le massime degli uomini più 
savi e più moderati, e ad uniformarsi 
ai principii dalla R. Commissione adottati. 
Perciò egli si raccomanda alla protezione 
di Lei, e tulio spera dalla sua umanità 
ed indulgenza. 

Umilissimo Servitore 
Gregorio Fontana. 

Milano. Conv. del Giardino 
1." Gennaio 1800. 



Alla R. Commissione .Generale di Po- 
lizia Gregorio Fontana, dopo presso a sei 
mesi di arresto nel convento del Giardino, 
implora la grazia della sua liberazione. 

(Prescnt. 2 gennaio 1800. N. CI.) 

Si unisca figli atti Uell'Attuaro processante 
Menzixi. 



IV. 



MELCHIORRE GIOIA 



iN. 17CO - m. 1829) 



H chiaro filologo Giovanni Gherardini 
in una sua lettera al Bibliotecario Don Bo- 
bustiano Gironi , posta in appendice al- 
l' Elogio storico di Melchiorre Gioia scritto 
dal Romagnosi (1), dà una nota dei ma- 
noscritti legatigli dair illustre economista 
piacentino e da lui poscia trasmessi in 
dono alla Biblioteca Nazionale di Brera, 
e nella chiusa della slessa lettera così si 
esprime : « Or solo mi resta d' accer- 
» tarla, che se per sorte qui od altrove 
» uscisse alfa luce alcuna scrittura col ti- 
» tolo di Opera postuma di Melchiorre 
•» Gioja, s' ha da tenerla per apocrifa e 
per un inganno teso al pubblico dal- 
l'altrui malignila o dall'altrui ingordi- 
gia di guadagno ; poiché, salvo i mano- 
scritti che le vengono da me rassegnali, 
non credo che altri ei n'abbia lasciato 
» mai correre intorno; e appresso di me 
» or più non rimangono che alcuni esem- 
» plari di opere già impresse in Milano. » 
Ma questo giudizio, che per unica base 
ha un atto di fede, non può essere am- 
messo che con più di qualche restrizione. 
E prima di tulio fra i suddetti mano- 
scritli, posseduti già dal Gherardini ed 
ora dalla Biblioteca di Brera , non corn- 



ei) Volume 234 della Biblioteca scelta di opere 
italiane antiche e moderne, e stampato- a parte dal 
Silvestri, Milano, iSi9. 



pariscono né poche né molte lettere dei 
Gioja, anzi nessuna; e tante egli ne ha 
scritte e tante ne sono inedite, e tante di 
buone e belle ne abbiamo vedute noi, che 
raccolte, non senza utilità degli studi, po- 
trebbero formare un volume di giusta mole. 
Sull'autenticità delle quali lettere non po- 
trebbe cader dubbio veruno, perchè sono 
lunedi sua mano, come si scorge dal ca- 
rattere rallrontato con quello delle carte 
di Brera, e le più fanno parte di alti uf- 
ficiali deposti in quesli Archivi gover- 
nativi di San Fedele. Ecco dunque che 
potrebbe uscire in luce un' opera postu- 
ma del Gioja, cioè il suo Epistolario, senza 
che le dichiarazioni del Gherardini po- 
tessero scemar fede all'autenticità di esso. 
Ma, oltre V Epistolario, e 7 è qualche altra 
cosa che, con buona pace del Gherar- 
dini , sebbene non si trovi fra i manoscritti 
della Biblioteca Nazionale, è irrecusabil- 
mente lavoro del Gioja, e può essere senza 
scrupolo alcuno detta sua opera postuma. 
Non è lavoro di gran mqle , ma impor- 
tante per l'argomeuto e pei modo on- 
d' è trattato. È questo un Promemoria in- 
torno alla condotta deli ex ministro Arbo- 
rio Brente relativamente al motivo di ese- 
cuziom dell'esilio di Melchiorre Gioia; nel 
quale scritto, del 1810, egli dimostra che 
vi fu calunnia nelF accusa , incompetenza 
neir autorità, violazione di forme e sospi- 



LETTERE INEDITE Di ILLUSTI'.f ITALIANI 



13 



rione nel giudice. Altro opuscolo <li assai 
momento è 1' apologia ch'egli fa del pro- 
prio libro Teoria civile e penale del divor- 
zio. Tanto l'uno che l'altro di questi scritti 
sono inediti, se ne serbano gli autografi 
negli Archivi governativi di S. Fedele, e 
non sono ricordati da nessun biografo, non 
dal Romagnosi, non da Giuseppe Sacchi, 
non dal Ticozzi, non dal De Gregory, che 
pur è de' più compiuti e meglio infor- 
mali (1), (Supplemento alla Biografia uni- 
versale, Parigi, 1838), non dal cav. dott. 
Giuseppe Ferrano e non dal Rovani. 

Daremo altra volta nel nostro giornale 
contezza del primo di questi due opu- 
scoli, ora non ci occuperemo che del se- 
condo. 

Prima però di parlarne , anzi di rife- 
rirlo per intero , ad illustrazione d'una 
lettera inedita ed autografa del Gioja che 
trovasi nella raccolta Muoni, e che tratta 
appunto del motivo per cui il Gioja fu 
privato del posto di storiografo nazionale, 
ci piace soggiungere qualche altra cosa 
sugli elenchi a stampa che abbiamo delle 
opere dell'illustre filosofo ed economista 
piacentino. E, prima di tutto, non si può 
pretendere che nell'appendice dell'Elogio 
a stampa dettato dal Romagnosi siano re- 
gistrate tutte le opere del Gioja; perocché 
a quell'indice sono premesse le seguenti 
parole : Ecco il catalogo delle principali 
opere del Gioia che ora possiamo ricordare. 
Quando si consideri che l' elogio e l'e- 
lenco furono stampati nel 1829, cioè sotto 
l'ombroso regime austriaco, si compren- 
derà di leggieri tutta la forza di quel vo- 
cabolo possiamo e come il buon Roma- 
gnosi dovesse omettere Y indicazione di 
altre opere di genere affatto politico, cioè 
tutte le opere antipolitiche, come l'Austria 
chiamava i libri che diffondevano le idee 
liberali che non convenivano alla sua poli- 
tica. Fra le omesse sono quindi le seguenti: 
Quale dei governi liberi meglio convenga 
alla felicità d'Italia — Cenni morali e po- 
litici sull'Inghilterra — I partiti chiamati 
all'ordine — Manifesto del Re di Prussia 
— I Francesi, i Tedeschi, i Russi in Lom- 
bardia — Quadro politico di Milano — 
llee sulle opinioni religiose e sul clero cat- 
tolico (2) — La scienza del povero dia- 

(1) Non però quando attribuisce al Gironi ciò 
che proprio del Gherardini. 

(2) Intorno a quest'opera poco nota del Gioia 
lediamo in una carta degli Archivi di S. Fedele, 
sotto la data 22 vendemmiale, anno IX rep. (li 
ottobre 1800) : 

« L' opera del cittadino Melchiorre Gioia che 
ha per titolo: Idee sulle opinioni religiose e sul 
clero ivttoliro diffusemolto lume sul contegno ili al- 



volo, ecc. Senza conoscere queste opere 
o senza parlarne mal si può tessere la 
biografia del Gioja; perocché questi lavori, 
alla maggior parte de' quali allude il Ro- 
magnosi colla parola di Opuscoli fuggitivi, 
non solo gli fruttarono non volgare rino- 
manza, ma una volta la perdita dell'im- 
piego, più volte il carcere ed una volta 
l'esilio. Pel libro, pubblicato nel 1797, 
Quale dei governi liberi meglio convenga 
alla felicità d'Italia subì lunga prigionia 
nella sua terra natale, avendogli quell'o- 
peretta meritato l'odio di un tiranno e di 
un ipocrita, cioè del duca di Parma e del 
vescovo di Piacenza; — pel suo Quadro po- 
litico di Milano, che in questa città ebbe 
due edizioni (la seconda è del 30 fiorile, 
anno V cioè 19 maggio 1797) eccitò la bile 
del generale in capo, che, giudicata l'opera 
sediziosa, invitava il direttore di Polizia 
alla non difficile scoperta (1) dell'autore 
ed alla sua punizione; scoperta che pare ab- 
bia ritardato alquanto se dalle carte di questi 
Archivi governativi risulta che il Gioia addì 
21 aprile 1799, detenuto nella casa ili arresto, 
domandava di fare le proprie difese a piede 
libero dando sicurtà ; — per la Teoria civile 
e penale del divorzio nel 1803 perdette 
l'impiego d'istoriografo: — per la Scienza 
delporero diavolo nel 1809 fu espulso dal re- 
gno d'Italia e costretto a riparare a Ca- 
stel S. Giovanni, essendo stato considerato 
come forestiero ad onta di censessanta- 
cinque documenti ch'egli presentava come 
titoli e prove legali del suo diritto alla 
cittadinanza del regno: esilio che durò ven- 
totto mesi; — e per la sua collaborazione 
al giornale il Conciliatore fu dall' Austria 
nel 1820 detenuto per alquanti mesi nelle 
carceri di Santa Margherita. 

La lettera che pubblichiamo, tolta dalla 
scelta e copiosa raccolta del Muoni, mette 
in evidenza e pone fuor d'opi dubbio que- 
sto fatto, che da' biografi italiani è piutto- 
sto indovinato che dimostrato, che cioè il 
Gioja pel libro sul Divorzio venne privato 
del pubblico impiego d'istoriografo. Si opi- 
nava, si sospettava che la cosa fosse così; 
ma non si sapeva di certo. Ed in vero nel- 
1' elogio storico che il eh. sig. G. Rovani 
lesse nella seduta pubblica dell'Accademia 

cimi individui, che, durante l'interregno austriaco, 
fecero servire la religione di manto alla persecu- 
zione di que' cittadini che furono qualilìcati per 
patriotti. 11 Governo, che ha creduto poter ridon- 
dare utilità e vantaggio per la causa pubblica 
dalla lettura di detta opera, ne ha fatto acquisto 
di diversi esemplari, ecc. Pel Comitato di Gocerua 
sottoscritto Sommariva. •• 

(1) Nella seconda edizione milanese il frontispì- 
zio dice che l'opera è di Mei... Gì... 



H 



LETTERE INEDITE 



fisio-medico-stalislica di Milano tenuta il 
primo giugno 1862 nel palazzo di scienze 
lettere ed arti in Brera, leggiamo jqueste 
parole: « Di questo libro nessuno tenne 
parola né quando uscì primamente alla 
luce né in seguito. Essendosi poi il Gioja 
dimesso dalla carica d'istoriografo subito 
dopo la sua pubblicazione, fece allora 
sospettare che il principio in esso soste- 
nuto ne sia stato la causa, e che la dimis- 
sione di lui abhia potuto venire imposta. 
Negli anni successivi e dopo la morte 
dell' autore il silenzio continuò a circon- 
dare quel libro. L'opinione generalissima 
dei legisti e dei pensatori e del pubblico 
era troppo avversa all'assunto in quello 
sostenuto perchè ci fosse chi avesse il co- 
raggio di parlarne in favore. Eppure quanta 
sapienza, quanta morale, quanta dottrina , 
legale, quale dialettica poderosa è in essa 
ad ammirare! In quanto a noi, dopo a- 
verne fatta attenta lettura, per quanti ar- 
gomenti tenessimo in contrario, abbiamo 
dovuto subire gli effetti della logica del 
Gioja e dividere in tutto la sua opinione. » 

Abbiamo detto da'' biografi italiani, per- 
chè nel Supplemen to alla Biographie Univer- 
sclle, anno 1838, è detto senza ambagi che 
«quest'opera parve si contraria alle idee 
religiose, e causò tanto malcontento, che 
il governo per dare una soddisfazione al 
pubblico, credette dover destituire l'au- 
tore dal suo impiego d' istoriografo » . 

Per ora non facciamo che enunziare 
questi fatti, a' quali ben altri si potreb- 
bero aggiungere, a correzione o confuta- 
zione di quanto sinora fu scritto, p. e. di 
ciò che scrive il De-Gregory, che il mini- 
stro dell'interno, a indennizzare il Gioja 
della perdila dell'impiego, lo nominò 
capo di flivisione'all'uflicio della statistica; 
perocché invece risulta da'documenli uffi- 
ziali, che sino al maggio del 1805 non gli 
fu dato aliro pubblico impiego, e che so- 
lo nel predetto mese ed anno gli si fece 
la dolorosa sorpresa di nominarlo im- 
piegato nella polizia ; impiego da cui, scri- 
vendo in data 28 novembre 1805 al prin- 
cipe Eugenio, prega di essere liberato, 
non convenendo né alle sue abitudini né 
a" suoi studi. Ma anche il solo enunziare 
quesli fatti spande nuova gloria sull'il- 
lusi re economista, come quello che per la 
forte indipendenza del suo carattere in 
difesa del vero pati persecuzione da tutti 
i governi, non meno dai retrivi che dai 
progressisti, non meno dagli stranieri che 
dai nazionali. Egli era franco, né si pen- 
tiva mai degli effetti fatali della sua 
franchezza ; non guaiva né si rasse- 



gnava : sua sovrana era la ragione , sua 
norma ed ispirazione il diritto; e guai 
se fosse stato fatto torto all' uno o leso 
l' altro. Non v' era grandezza prepotente 
ch'egli risparmiasse; e ne sia una prova, che 
quando per la Scienza del povero diavolo 
fu cacciato in bando, quando gli si negò 
di riconoscerlo come cittadino del Regno, 
sebbene avesse tutte le qualità volute dalla 
legge, ebbe il coraggio di scrivere e di 
mandare al governo il sopracitato Prome- 
moria con le seguenti parole : Questo fatto 
successe nel tempo stesso che i giornali di- 
chiaravano aW universo che l'imperatore 
Napoleone era il più fermo appoggio della 
giustizia. Tremavano i popoli dinanzi al 
terribile Córso, ma non tremava un uomo. 
E quest'uomo, ci perdonino quelli che non 
ammetleranno la nostra opinione, pel suo 
carattere franco, fermo e coraggioso, noi 
lo stimiamo ancora più del padre Fontana, 
del Beccaria, del Romagnosi e persino del 
Parini. Amicus Plato, sed magis amica Ve- 
ritas; egli diceva pane al pane, senza cir- 
conlocuzioni, senza metafore. 

Lettera inedita di Melchiorre Gioja (1). 
Altezza Imperiale. 

Il motivo, per cui S. E. il Ministro del- 
l' Interno mi ha tolto la carica che occu- 
pava, è noto a V. A. I. , ma non alla mag- 
gior parte del pubblico (2). 

Quindi, restando io sottoposto alla stessa 
pena data al Freddy, riconosciuto dal pub- 
blico per birbante, alcuni suppongono in 
ine dei delitti. 

Gli autori viventi che scrivono di cose 
politiche , devono avere necessariamente 
dei nemici ; e la malignità non lascia sfug- 
gire alcuna occasione per denigrarli; per- 
ciò, se la bontà di V. A. I. non si degna 
di ritornarmi agli impieghi, io resterò ne- 
cessariamente vittima delle calunnie, giac- 
ché la natura della mia causa non mi per- 
mette di produrre al pubblico le mie difese. 

Prego V. A. I. a permettermi di ricor- 
darle quanto scriveva il più gran filosofo 
della Francia in caso simile: «Danstou- 
tes les administrations où les occasions 
et les responses, les motifs des disgraces, 

(1) Diremo più propriamente : è un minuta di 
lettera tutta di pugno e intercalata di correzioni 
del grande statista italiano. 

(2) In altra sua istanza, in data 28 novembre 
1805 (anch'essa inedita, negli Archivi, governativi 
di San Fedele) il Gioja scriveva: « È noto a S. 
A. I. il Principe Eugenio che la mia opera inti- 
tolala: — Teoria del divorzio — fu il motivo 
per cui il sig. Melzi mi levò la carica d' istorio- 
grafo nel!' agosto del 1803 >. 



DI ILLUSTRI ITALIANI 



lo 



comme ceux des récompenses, restent sous 
un voile mysterieox, ou la publicité donneo 
a ses plaintes ou à ses reclama tions serait 
regardée, si non comme un delif, dumoins 
comme un de ces torts qu'on nepardonne 
jamais; l'homme de bien est dégonté par 
la crainte de l'opinion qui il ne peut éclai- 
rer, le mechant est encouragé par l'espe- 
rance de la seduire en sa faveur, et la 
calomnie mème en ne réusissant pas, est 
toujours sure de nuire (Condorcet, Oeuvres 
tom. IV, p. 214. 21o). 

Supplico V. A. 1. a degnarsi di esami- 
nalo s'io potrei coprire con vantaggio 
qualcuno de' seguenti impieghi: direttore 
della stamperia, che resterà vacante per 
essere stalo nominato senatore il sig. Ca- 
stiglione ispettore alle arli e mestieri , 
impiego che esiste in Francia ed esisteva 
in Italia; incaricato della statistica presso 
quel ministero che più piacerà a V. A. I. 

Ho l'onore di protestare a V. A. I. i pro- 
fondi sentimenti di rispetto, ubbidienza, 
fedeltà, riconoscenza. 

Melchiorre Gioja. 



Apologia inedita «lei libro sul 
Divorzio di Melchiorre Gioja, 
scrìtta da luì stesso. 



Cittadini componenti il Magistrato 
di revisione. 

Sapendo che è stata avanzata a questo 
Magistrato un'accusa contro il mio libro sul 
divorzio , ignorando precisamente a quali 
basi venga appoggiata (1) ; essendo però 
noto ohe la vecchia tattica de' teologi si è 
l'accusa di lesa religione, per ciò mi credo 
in dovere di sottoporre al vostro saggio di- 
scernimento alcuni riflessi relativi a que- 
sto oggetto. 

Osservo in primo luogo che i teologi die- 
dero l'accusa di violata religione a Porta- 
lis, Tronchet, Bigot-Preameneu, Mellevillc, 
redattori del progetto sul divorzio sancito 
in Francia. Abbiate la pazienza di leggere 
da capo a fondo 1' opera che ha per titolo 
Du divorce consideré au XIX siede rélati- 
vement a l'état politique de la Société (Pa 
ris, 1801) e vedrete le accuse d'irreligione 
sparse in quasi tutte le pagine. La vostra 
saggezza non sarà dunque sorpresa, se que- 

(1) Ad una denunzia anonima sottoscritta Un 
amico della pubblica morale, tale denunzia trovasi 
negli Archivi governativi di S. Fedele. (Studi — 
Componimenti scientifici. — Gioja). 



ste accuse vengono ripetute in Italia contro 
chi propone lo stesso progetto. Ma intanto 
permettetemi di gloriarmi d'aver questa tac- 
cia comune con Portalis, redattore del Con- 
cordato tra la Repubblica Francese e '1 Som- 
mo Pontefice. 

Ora il Governo Francese, che pure si fa 
un rigido dovere di rispettare la religione, 
avendo disprezzati i gridi de' teologi, e san- 
cito quel progetto che essi chiamano irreli- 
gioso, mi lusingo che la sua saggezza ser- 
virà di norma allo vostre decisioni. Difatti 
i principi generali, su cui ho inalzata la teo- 
ria del divorzio, li troverete tutti 1.° nella 
prefazione al Projet du code eivil stesa da 
Portalis; 2.° nei discorsi dell'oratore del 
Governo Irehilard al Tribunato ed al Corpo 
legislativo; 3." nel discorso dell'oratore del 
Tribunato allo stosso Corpo legislativo, di- 
scorsi riportati per esteso nel Moniteur uni- 
versel nel germile dell' anno XI. Da ciò se- 
gue che non si possono condannare quei 
principi senza condannare indirettamente i 
saggi redattori del citato progetto. Vi sono 
due differenze tra la mia opera ed i sud- 
detti ; la prima si è che nella mia opera 
sono a lungo confutate le objezioni contro il 
divorzio, il che mi parve necessario in Ita- 
lia, mentre in quelli sono quasi affatto tras- 
curate; la seconda differenza si è, che con- 
venendo io coi redattori nei principi gene- 
rali sul divorzio, ho creduto doverlo orga- 
nizzare in un modo diverso. Nel caso ch'io 
mi sia ingannato (il che si dimostrerà forse 
ad Kalendas graecas), questo proverà ch'io 
sono una testa, che non sa organizzare gli 
elementi d'una legge; ma non che ho ur- 
tata la religione. La quistione del divorzio 
essendo difficilissima, qual meraviglia ch'io 
mi sia scostato dai redattori francesi, men- 
tr' essi pure si scostarono dagli altri fi- 
losofi, anzi da loro stessi, giacché il primo 
progetto stampato neh' anno IX (V. Projet 
du code civil, titre VI) è diverso dal pro- 
getto trasformato in legge nel 30 ventoso 
anno XI (V. Moniteur universel , n.° 109. 
an. XI). 

Ho detto che scostandomi dai redattori 
non ho urtato la religione. Di fatti i casi 
in cui io credo che debbasi permettere il 
divorzio si trovano tutti nelle leggi mo- 
saiche, e nelle leggi romane che restarono 
in vigore sotto gì' Imperatori più cattolici; 
con questa differenza però, che se quelle 
leggi lasciarono una libertà quasi indefinita 
ai divorzj di buona grazia, all'opposto io l'ho 
ristretta in più angusti confini, assoggettan- 
dolo ad un corso periodico di sei o sette 
anni , a cagione d'esempio , ed ho espressi 
questi numeri sia per fissare il pensiero del 



IO 



LETTEUE l.NEDITE 



lettore, sia per liberarmi da più lunga cir- 
colocuzione. Voi vedete anche, che avendo 
fissata un' imposta sul capriccio ho resi 
questi divorzj per consenso mutuo infinita- 
mente improbabili (V. pag. 169, 182). Pa- 
rimenti voi potete rilevare che avendo io 
stabilita una pena contro l' adulterio del 
marito non possono più i coniugi procurarsi 
con questo titolo il divorzio , quando vo- 
gliono, come lo possono secondo la^ legge 
francese, che lascia 1' adulterio dell' uomo 
impunito ( 141, 146). 

Abbiate la pazienza di leggere il capo 
sesto della prima parte, e vedrete che il 
divorzio vietato dalla religione dominante 
debb' essere permesso dal governo. Difatti 
mi par dimostrato in primo luogo, che il 
"•overno talora non può far eseguire i pre- 
cetti della religione, come ne' casi di duello, 
di suicidio, e simili; talora, benché possa, 
non deve, perchè anderebbe incontro ad in- 
convenienti maggiori ; perciò in Roma stessa 
è permesso e regolato il commercio mere- 
tricio e simili. Ora è dimostrato ad evi- 
denza che il matrimonio indissolubile di 
ma2°'iori inconvenienti è fecondo che il di- 
vorzio, e ne convengono alcuni teologi (V. 
Ricerche sul Divorzio tra' primi cristiani di 
Carlo Calvi Domenicano): dunque per lo stes- 
so motivo, per cui è permesso il commercio 
meretricio, benché proscritto dalla religione, 
debb' essere permesso il divorzio , benché 
essa lo condanni o non lo condanni , giac- 
ché i teologi non sono ancora d'accordo su 
questo argomento. Se nel primo articolo 
della Costituzione è dichiarato dominante il 
culto cattolico, nell'articolo 117 è permessa 
a ciascuno la libertà del proprio culto. Dun- 
que la le""ge deve permettere tutte quelle 
azioni, che ciascun culto permette; perchè 
non venga danneggiato il pubblico bene. Ora 
è certo da una parte che varj culti per- 
mettono il divorzio; e dimostrato dall'altra 
che il divorzio invece di danneggiare il pub- 
blico bene lo promove, facilitando i matri- 
moni, conservando i costumi pubblici; dun- 
que 'ìa lesgc non può in alcun modo im- 
pedirlo. Così la pensarono i cattolicissimi 
Costantino, Teodosio, Giustiniano, Giustino, 
Carlomagno. . . Cosi la pensarono i Padri 
della Chiesa, che non hanno riprovate le 
jerro-i di questi imperatori relative al divor- 
zio? così la pensarono i vescovi, di cui parla 
Origene, che lo permisero essi stessi (V. la 
nota 1. alla pag. 107 del mio libro). Così 
la pensò il cattolico saggio Renadot nella 
Tradition ou histoire de VEglise sur le sa- 
cranti du mariage, tom. Ili, p. 104). Cosi 
la pensò il domenicano Carlo Calvi nelle ci- 
tate ricerche. Questo teologo propose ai 



principi cattolici di permettere il divorzio 
anche in casi diversi dall'adulterio, lo pro- 
pose in Italia, nel paese stesso in cui io 
scrivo, in tempo, in cui la religione catto- 
lica era dominante come attualmente, ed an- 
che più. Ciò che autorizzarono gl'impera- 
tori cristiani, non condannarono i Padri, 
permisero i vescovi , proposero i teologi , 
l'ho progettato anch' io, e quel ch'è meglio 
1' ho dimostrato. Segue da ciò che io non 
posso essere rimproverato, senza che nel 
tempo stesso vengano rimproverati i prin- 
cipi cristiani, i Padri, i vescovi, i teologi, 
anzi Dio stesso che lo permise ai Giudei 
(V. p. 107-108 del mio libro). 

Quanto ho detto nel mio libro sul concubi- 
nato è tratto interamente dalle leggi romane, 
che erano in vigore sotto Costantino, Valen- 

tiniano, Giustiniano, Giustino Abbiate 

la pazienza di leggere la nota 2 della pa- 
gina 29, e vedrete le altre basi su cui ap- 
poggiasi il concubinato. Paragonate con 
questa nota i sentimenti esposti alle pagine 
187, 188, 189, e vedrete, che io non ho 
altro merito che d' aver prestata una ver- 
nice di filosofia alle leggi de* Romani , 
de' Franchi, de' Germani , de'Lombardi. Si 
vede che i governanti di questi popoli erano 
persuasi della massima di Montesquieu: « Les 
choses qui doivent ètre reglées par les 
principes du droit civil, peuvent rarement 
Tètre par les principes de lareligion {Esprit 
des lois, liv. 26. chap. 9). 

Permettetemi di ricordarvi per ultimo 
che un' accusa è insussistente , quando si 
attiene ad espressioni generali e indetermi- 
nate. Acciò l'accusa di lesa religione abbia 
forza, conviene che specifichi quale dogma 
teorico o pratico abbia io negato o deriso, 
con quali espressioni, in quale pagina. Fin- 
ché non è specificato e dimostrato questo, 
io ripeterò i due detti delle leggi romane 

— Nemo prossumitur reus, m'si probetur; 

— Qui de alio detraxerit, ni probavìt ve- 
runi esse quod objecit probrum, mulctatcr. 
Se con tutta facilità voi ammettete le ac- 
cuse di offesa religione, gli uomini onorati 
cadranno ad uno ad uno vittime della per- 
fidia e dell' impostura. I teologi, divenuti 
forti ed impertinenti per la debolezza di 
chi non saprà reprimerli, faranno una guerra 
accanita a quelli che non ammettono le loro 
idee, come pur troppo fecero per l' addietro; 
i libri di buon senso spariranno dal pub- 
blico, e non compariranno più che dei leg- 
gendari e degli almanacchi, il che non solo 
distruggerà la pubblica istruzione, ma cae- 
cierà a terra l'industria ed il commercio 
librario. Questa considerazione è di tale im- 
portanza che dissipò gli scrupoli del bigot- 



01 ILLUSTRI ITALIANI 



17 



tìssìmo governo francese al tempo di 
Luigi XV , relativamente all' edizione del- 
l'' Enciclopedia. Il lucro che ne ridondava 
allo Stato rese il Governo sordo ai gridi 
dei teologi, i quali, mancando di ragioni, 
ricorrevano secondo l'antichissima loro pre- 
scrizione alle frodi pie, tacciando gli editori 
<]' irreligione, come poscia tacciaron Porta- 
ìis, e come ora tacciono chi propone in Ita- 
lia il di lui progetto. 

Io non fo qui veruna perorazione, giacché 
l' uomo onorato non s' abbassa né a pregare 
uè a corrompere i suoi giudici, ma v'in- 



vito a giudicarmi con quel sangue freddo 
e con quella imparzialità, con cui vorreste 
essere giudicati voi stessi. 

Milano, 25 luglio 1803, Anno I. (II.)d.R. I. 

Salute e rispetto 

Segnato Melchiorre Gioja. 

A tergo 

AI Magistrato di Revisione sottopone 

Melchiorre Gioja alcune idee in difesa della sua 
opera sul Divorzio. 

Per copia conforme 
F. Da Rossi Segr. 



^àk^c^c^o^ 



Illustri Italiani. 



V. 



GIANDOMENICO ROMAGNOSI 



X. 17U1 , ni. ISc 



La lettera che pubblichiamo, tratta dalla 
nota raccolta degli autografi del Muoni, 
ha un doppio pregio, quello cioè di racco- 
gliere in poche parole i punti più culmi- 
nanti della vita di un grand' uomo, e di 
mostrare com'egli sentisse e parlasse alta- 
mente di sé nell'atto stesso che pregava. E 
una celebrità che si conosce e si proclama 
da sé stessa, perchè, presentandosi in atto 
di preghiera dinanzi ad un'altra celebrità, 
vuole che questa non possa avvilirla con 
una repulsa, o che la repulsa avvilisca sol- 
tanto chi l' ha data. Chi prega Napoleone 
sa di essere Romagnosi. 

A corredo di questa lettera, che supplica 
umilmente, ne potremmo aggiungere altre 
due, esistenti negli Archivi Governativi di 
S. Fedele, relative allo stesso argomento, e 
che perciò la completano. Potremmo anco 
soggiungere e dimostrare con documenti 
urtiziali che nel luglio del 1813 venne ac- 
cordata al Romagnosi la chiesta naturaliz- 
zazione, ma amiamo piuttosto far cenno 
di cose alquanto più importanti , cioè di 
alcuni suoi pareri che si conservano ma- 
noscritti negli stessi Archivi, e di cui por- 
giamo nella seguente nota un saggio (1). 

(I) Manoscritto del signor Dolce, che ha. per li- 
tolo Dell' Origine, importanza ed attribuzioni del 
pubblico Ministero. — Il Romagnosi, analizzala 
l'opera e indicatine i difetti, osserva: 

« Dopo ciò rimaneva una bellissima parie che 



Lettera autobiografica di Romagnosi. 



Sacra Imperiale e Reale Maestà. 

Giandomenico Romagnosi, nativo dell'ex 
Ducato di Parma, e da parecchi anni pro- 
doveva conchiudere il lavoro. Questa comprendere 
doveva due cose, cioè : l.° una riepilogazione com- 

Elessiva delle diverse funzioni del Ministero pub- 
lieo, presentandone l'utile ed importante intento, 
lo spirito di equità nel modo di esecuzione. Tu- 
telando esso in ogni parte l'ordine civile e penale, 
presenta una protezione paterna del governo nel- 
l' accorrere sempre non solamente a prò dello 
Stato, ma eziandio a prò del privato cittadino in 
tutti quei casi ne' quali da sé solo non può eser- 
citare o difendere i propri diritti; e quindi si do- 
veva far comprendere la pratica e la sanzione di 
un eminentissimo principio di ragione primitiva 
sociale, ed oso dire , la condizione fondamentale 
di quello che chiamasi patto sociale. 2.° La seconda 
cosa era il quadro dei doveri pubblici morali del 
pubblico Ministero nell' esercizio delle sue fun- 
zioni ; qual era la dignità, la moderazione, l'im- 
parzialità, lo zelo, 1' attività, la forza di carattere, 
la sicurezza, l'eloquenza, le virtù domestiche, le 
civili, ecc. 

« lo non sono per ascrivere a difetto dell'autore 
l'aver oinmesso questa parte. Mi permetto sola- 
mente di accennarla come il complemento d'un' 
opera che piacesse a taluno di tentare sul pub- 
blico Ministero. 

• Non ho parlato ancora di ciò che l' autore ba 
scritto dell'orarne del Ministero pubblico. Egli ri- 
pete imperfettamente ciò che è già noto, ed in 
ciò che dice mescola errori. Egli si arresta alle 
cose del medio evo; e non discende lino a noi. 
Egli vuole che l' istituzione d' un accusator puh- 



LETTERE INEDITE DI ILLUSTRI ITALIANI 



li) 



fossore ili Legislazione in Milano, supplica 
umilmente Vostra Maestà Imperiale e Reale 
aftinché voglia degnarsi di accordargli la 
naturalizzazione al Regno d'Italia. 

I titoli che lo incoraggiscono ad implo- 
rare questa grazia sono celebrità di nome 
e servigj renduti. 

I pubblici suffragi l ' esi a " e sue opere 
in diversi Stati d'Europa, e non ha molti 
anni avanti il Corpo Legislativo dell'Im- 
pero, alla Genesi del Diritto penale e al- 
l' Introduzione allo studio del diritto pub- 
blico universale; l'aggradimento mostrato 
al Giornale di Giurisprudenza immersale 
dal Principe Viceré (opera diretta a far 
conoscere ed amare le provvidenze delle 
attuali leggi civili ed amministrative); la 
istruzione data dalla cattedra, insegnando 
prima la legislazione civile nell'Univer- 
sità di Pavia, indi l'amministrativa ne'suoi 
rapporti civili e criminali in Milano; ecco 
le cagioni della celebrità di cui gode l'au- 
tore. 

Quanto ai servigj renduti, senza met- 
tere in conto l'applaudito disimpegno della 

blico, o di un ufficiale incaricato dalla legge ad 
agire contro gl'imputati, sia del tutto nuova, non 
riflettendo che questa funzione era presso i go- 
verni d' Italia affidata ad un funzionano partico- 
lare addetto ai tribunali criminali. E se presso i 
piccioli pretori non esisteva, per economia, una 
tale funzione, la funzione però dell' accusator pub- 
blico, che faceva instanza, esisteva come parte in- 
tegrante d' ogni giudizio , dove necessariamente 
deve esistere un attore, un reo convenuto ed un 
giudice. • 

(Scritto li 18 marzo 1812.) 



Pretura di Trento, che meritò al suppli- 
cante gli onori di Consigliere aulico, e i 
servigj resi come Membro del Consiglio 
Superiore nel 1801 sotto gli occhi del ge- 
nerale in capo dell'armata dei Grigioni, 
ricorderà soltanto che, mentre disimpe- 
gnava in Parma la cattedra di Diritto pub- 
blico, fu chiamato a Milano dal Gran Giu- 
dice per la compilazione del Codice di 
procedura civile attualmente vigente; pose 
in esso tutta la cura, ed ottenne la supe- 
riore soddisfazione; che fu indi con De- 
creto del Principe Viceré nominato Mem- 
bro della Commissione del Codice dei de- 
litti e delle pene; che sempre prestò e 
presta tuttavia la sua opera in consulte 
ministeriali e nella revisione di opere le- 
gali, il tutto con felice riuscita. 

Ecco i titoli che lo fanno coraggioso a 
supplicare la munificenza di Vostra Mae- 
stà affinchè si degni di concedergli la gra- 
zia della naturalizzazione al Regno d' I- 
talia. 

Grazie ecc. 
Di Vostra Maestà Imp. e Reale 

Umilissimo e obbedientissimo 
servitore e suddito fedele 

Giandomenico Romagnosi. 



Da un' annotazione apposta a questo 
scritto risulta la data 8 febbraio 1813. 



VI. 



SANTORRE SANTAROSA 



.V. 1783 - m. 18D£ 



II eh. sig. De Gubernatis pubblicò, anni 
sono, in Torino Una biografia accurata e co- 
piosa di quel patriota e martire della li- 
bertà, che fu il saviglianese conte Santorre 
Santa Rosa, morto nel 1825 nell' isola di 
Sfacteria , presso Navarino , combattendo 
per la Grecia. In quel lavoro sono citate 
e talvolta riportate in parte alcune lettere 
dell'uomo illustre, ma non accennata quella 
importantissima che per gentile concessione 
del possessore, cav. Muoni, facciamo ora di 
pubblica ragione. Scritta nel momento in cui 
il Santorre si disponeva a recarsi nella Gre- 
cia , per incontrare nuovi pericoli , dopo 
quelli dell'esilio e della prigionia sofferti per 
la causa dalla libertà italiana, di cui fu in 
Piemonte uno de* campioni nel 1821 essa; 
sola basterebbe a manifestarci ed esaltare la 
grande e generosa anima sua. 

Lettera di Santorre Santa Rosa. 
Nottingham, 28 agosto 1824. 

Rispondo brevemente, ma chiaramente 
alla tua lettera. 

Non ho fatto un complimento agli inviali 
Greci , ma una proferta di me stesso. Se 
la gradiscono, se mi vogliono ricevere come 
servitore , e soldato della nazione Greca , 
io parto alla prima occasione che me se 
ne porge, 



In quanto al viaggio spererei che la geri- 
tile amicizia di Lunotti potebbe procu- 
rarmelo accompagnalo di quei conforti 
che le circostanze permetteranno. 

Stabilita la cosa, bramerei risposta uffì- 
ziale alla mia lettera, se non v'incontrano 
difficoltà , o una tua positiva risposta in 
loro nome. 

Se si partisse tra 24 giorni, cioè verso 
il 18 o 20 agosto (sic), dovrei saperlo in 
tempo per ordinar le mie cose qui, e tras- 
ferirmi poi subito in Londra, dove dovrei 
essere occupato cinque o sei di a vedere 
amici, e comprare alcuni oggetti necessarii. 

Tieni sotto silenzio , eccetto con Pios- 
sasco, la proferta, e l'accettazione de' miei 
servigi. 

Basti sopra di ciò. 

Non ti dirò eh' io non senta nel mio 
cuore il dolore immenso di allontanare 
l'epoca della mia riunione ai figli e alla mo- 
glie; anzi di rimandarla forse a quell'altra 
vita che io spero dalla sapienza e dalla on- 
nipotenza di Dio. — Ma il mio cuore mi 
dice: servi la Grecia. Se io non ubbidi- 
sco a quella voce, non sono tranquillo. Tu 
non ti puoi immaginare come io veneri 
ed ami quella sacra terra. — Che posso 
io per la mia patria, ora? — Nulla. Tu 
lo sai. — Se la Grecia cade, non cadono 
con essa tutte le speranze di libertà? Io 
nulla potrò per impedire o ritardare la 



LETTERE INEDITE IH ILLUSTRI ITALIANI 

caduta : ma contemplarla da Nottingham 



21 



sarebbe troppo dolore. — Addio. I miei 
scolari crescono. Io attendo ad ammae- 
strarli come s' io dovessi rimanermi qui 
nn mezzo secolo o più. — Tutti ti salutano, 
rimembrano e desiderano. — Miss Martin 
capisce Davanzati meglio che i due terzi 
degl'Italiani che fan sonetti ed anacreon- 
tiche. — Darai per me una lira a Car- 



lini. — Scrivimi tosto, salutami Lunotti, 
ricordami a Foscolo e agli amici nostri. 

Il tuo Santorre Santa Uosa. 

Count Porro 
West Cottage 
Southbauck. Regent's park 

London. 



VII. 



GIUSEPPE GIUSTI 



iN T . 18IO, in. 1850). 



Inedita pure,e tratta dalla raccolta Muo- 
ni, come quella del Santa Rosa, è la let- 
tera del Giusti ; e ciò affermiamo dopo esa- 
minato l'Epistolario pubblicato dal Frassi 
(Firenze, Le Monnier , 1859 , volumi due). 
In questo vedesi qualche cosa che si rife- 
risce allo stesso argomento, cioè la lettera 
diretta al marchese Gino Capponi in data 
3 settembre 1847, che tratta dei tumulti av- 
venuti in Lucca a quel tempo e delle ragaz- 
zate di quel Duellino, ch'egli dice monello 
scapestrato e cagione principale di que' su- 
bugli. È pure dello stesso tempo la poesia 
Agli spettri del 4 settembre 1847 contro 
gli agitatori da dozzina ed i pseudo-demo- 
cratici. 

Lettera di Giuseppe Giusti. 



Caro Bista. 

Ho bisogno di sapere subito se è vero 
ebe il Duellino di Lucca la sera del di 3 



di settembre piantasse da sé la bandiera 
tricolore davanti alla Gran Guardia e di- 
cesse: se voi altri volete essere liberali, io 
sarò Giacobino. Rispondimi subito per 
mezzo dell'espresso. 

Jeri ci perdemmo per via colla Luisa, 
e n'ebbi inlinito dispiacere. Qui la Luisa 
fu applaudita popolarmente a bandiere 
spiegate. Saluta tosto Viltorina e tutti di 
casa. Addio. 

Pescia, li settembre 1847. 

Tuo Aff.mo 
Giuseppe Giusti. 

In proprie mani 

Al Signore 
Sii/ttor Professore Gio. Battista Gioryini 

Lucca. 



Vili 



( ; I V A N N I B E R C II E T 



X. 1700, m 1831 



Volevamo nella nostra raccoltina di scritti 
inediti pubblicarne qualcuno del popola- 
rissimo poeta Giovanni Berchct : diffìcile 
cosa in vero , se si consideri 1' ottimo si- 
gnor Cusani aver già dato una completa 
edizione delle cose di lui. Ma non istancati 
perciò corremmo alla solita miniera del ca- 
valiere Muoni ; ed ottenemmo da lui la se- 
guente lettera diretta al cav. Londonio, che 
dopo aver coperte le più luminose cariche 
nell'istruzione pubblica, mori presidente del- 
l'* Accademia di questa città. 

Lettera di Giovanni Berchet. 



Gentilis. sig. 
Ho P onore di 



cav. Direttore. 



inlesa : se mai 



trasmetterle la supplica 
non andasse bene la cam- 



bieró secondo il di Lei suggerimento. Non 
oso raccomandarmele nuovamente , già 
troppo persuaso come sono della molta di 
Lei bontà a mio riguardo. Bensi non la- 
scio sfuggire questa occasione per ripe- 
terle anche in iscritto i miei ringrazia- 
menti per quanto Ella si compiacque di 
operare a favor mio. 

Desidero ch'Ella mi creda col più sen- 
tito rispetto 

Di Lei S.r C. D. 
Di casa li 15 settembre 1820. 

Utnil. Devot. 
Giovanni Berchet. 



IX. 



GIULIO PERTIC A li I 



N. an. 1779, m. 182'J 



L" 1 autografo dì questa lettera inedita del 
Perticari fa parte anch'esso della preziosa 
raccolta Muoni ; ed è per molte ragioni im- 
portantissimo, perché, d' uomo illustre, ri- 
guarda uomo ancora più celehre, quale è il 
maestro Rossini; perchè della vita di questo 
grande ricorda un punto che poteva forse 
passare inosservato alla Biografia ed alla Sto- 
ria, e perchè rivela qual fosse veramente il 
carattere del Perticar!, che molte volte na- 
scondevasi sotto una larva di bonarietà 
paziente o d'indulgenza che andava persino 
alla piacenteria verso gente affatto mediocre. 
Alcune raccoltine si sono fatte sinora delle 
lettere famigliari del Perticari: in Venezia, 
nel 1823, tip. d'Alvisopoli ; in Napoli, nello 
.stesso anno, tip. Giordano ; in- Parma , nel 
1834, tip. Fiaccadori, ma in nessuna di 
queste è riportata la lettera che noi pubbli- 
chiamo, anzi niuna di quelle lettere accenna 
neppur da lontano a' fatti che formano il sog- 
getto di questa. Il Bertuccioli, nella prima 
raccolta, cioè nella veneziana, premette la vita 
del Perticari, e parla delle sue lettere, e del- 
l' utilità che verrebbe agli studi dal pub- 
blicarle con una certa discrezione (1); di- 



fi) Il conte Giulio Perlicari nacque li 15 agosto 
177!» ; mori li 26 giugno 1822. « Fu il conte Giulio 
ili si dolce natura, che poteasi reputar rozzo e vil- 
lano chi non lo amava. Anzi la sua dolcezza s'ac- 
costava troppo alla timidità : che, mancandogli 
coraggio di far riprensione ancora in chi dovcalo 



screzìone però , che dopo cinquanta anni 
circa dalla morte dell' autore, non dovrebbe 
arrogarsi il diritto di troppi tagli , per- 
chè gli epistolari si stampano appunto per- 
chè si veda in tutta la sua interezza la fi- 
gura d'un uomo, non già per darne una 



obbedire, si coslringea da sé stesso a sopportar 
quelle cose che non gli andavano a sangue. E per 
quei difetti che sogliono dalla troppa dolcezza 
germogliare aveva in costume di cedere sovente 
al rispetto e al pensare di quelli, a' quali parlava 
o scriveva. Così che se tutte Venissero alla luce 
e nella loro integrità le bellissime epistole di lui, 
si troverebbero forse alcune di sentimenti noij 
conformi alle altre. Perché la sua mano scrivea 
talvolta contro il voto del cuore : non per male 
cagioni, ma per l'amore di favorire l'inclinazione 
dell'animo altrui; e forse troppo intento talora ad 
abbellire il suo stile, passava alcuna fiata a dir 
cose , od usava concetti , da' quali sarebbesi al 
certo astenuto, se non fosse stato in sicurezza 
che sempre occulti avessero dovuto nell'amicizia 
rimanere. Ma tante sue lettere rimarranno poi 
sotto il velo di quel secreto a cui Giulio affidate 
le avea? Difficil cosa mi sembra: poiché essendo 
egli caduto in quella soverchia debolezza, in che 
pur cadde l' immortai Metastasio , d' essere stato 
troppo largo al profondere elogi, non deve recar 
meraviglia se alcuni ambiziosi,' col vano pretesto 
di glorificar l'illustre defunto, facessero pompa di 
sue lettere amichevoli per glorificar sé medesimi. 
Ma le sue lettere famigliari sono sì belle che il Caro 
non le disgraderebbe se gli fossero tribuite ("). E si 
avrà dunque a fraudare il pubblico di sì preziose 
scritture? No: vengano pure esse lettere alla luce; 

(') Gomalc arcadico di Roma; giugno 1822. p. 7- 



LETTERE INEDITE DI ILLUSTRI ITALIANI 



parte , e quella che più attalenti al rac- 
coglitore. « A'vivi, diceva Voltaire, si deg- 
giono riguardi, ma ai morti la verità; » 
perchè la verità è diritto e beneficio de' 
posteri. Ed a' posteri nessuna lezione deb- 
b' esser sottratta. 

Lettera di Giulio Perticari. 

Al N. U. Sig. Conte Francesco Cassi. 

Pesaro. 

Mio caro cugino ed amico. 

Il Rossini, venuto a Roma, già m'aveva 
narrata ogni cosa per filo: ed egli al suo 
solito ne rideva assai. Perchè veramente 
il suo nome è in tale altezza, che il fi- 
schio di pochi uomini di stalla non può 
nuocergli più che il grugnire de'porci non 
nuoccia al sole. A pena giunto egli fra 
noi, M.r Artaud, consigliere della legazione 
francese , lo ha invitato a nome del suo 
Re in Parigi, con sì utili condizioni, e 
parole di tanto onore, che avriano messo 
orgoglio in s. Paolo primo eremita. Dun- 
que a colui non bisognano i fumi del no- 
stro incenso. Ma voi pensate a noi, e pen- 
sate bene: perchè non dobbiamo lasciare 
che de' Pesaresi si dica come se fossero 
gente salva tica, fatta de' macigni e de' tufi 
di Novilara , che non sa conoscere il 
prezzo di tal uomo che onora non pur la 
patria ma l' intera nazione. Un piccolo fiato 
d'invidia già deve moversi: che senza que- 
sto l'uomo non risplende, e la sua fama 
non cresce. Ma gli invidiosi debbono essere 
gli uomini piccioli, gli oscuri, quelli di 
che la voce pubblica non conosce il nome. 
Questi, e i loro simili, e i barattieri, i 
sicarii, i ladri, i ruffiani, i venditori del 
proprio m , invidiino , fischino, la- 
trino, mordano, seguano il loro costume, 
che fanno bene: perchè non mancano alla 
loro natura. E un'opera assai trista, e 
assai solenne mancava forse per mettere 
il sigillo all'infamia di quegl'infami: ed 
ecco un lor fatto bruttissimo e pieno di 
vergogna. Evviva dunque! e ne godano 
que'savj che dovranno rendere ragione 
al pubblico o del loro dispregio, o della 
loro fuga da quella corte non già, ma 
congrega di stoltissimi e vili sgherri. 

Mi spiace che tu abbia fatta quella ri- 
ma vengano guidate a mano dalla prudenza, dal- 
l'urbanità, da quei rispetti che aver si debbono 
nel pubblicare le cose de' nostri contemporanei. 
Vengano a mostrare la eleganza dello stile epi- 
stolare di Giulio, ma non a palesar quelle cose 
ancora che Giulio alla sola amicizia confidava. — 
Guidiccioli. 

Illustri Italiani. 



nuncia. Perchè si conveniva o tutti i de- 
putati rinuncare o niuno. Ma in questo 
presente modo il fatto è d'un solo indi- 
viduo: e poco vale perch'è condannato 
da' compagni che si rimangono. Nell'altro 
modo sarebbe slato d'una intera magi- 
stratura, ed avrebbe avuto gran peso, e 
avanti il popolo, e avanti il governo. 

Non mi spiace poi tanto che il Dele- 
gato abbia sospesa quella vostra risolu- 
zione: perchè era forse pericolosa, e si po- 
teva ancor credere che vi avesse più parte 
il puntiglio, che la giustizia verso il Ros- 
sini. Se maturate quel progetto, certamente 
vi riescirà a bene: e farete grande onore 
a voi stessi, e vendicherete il nome della 
nostra patria. Quel vostro discorso è as- 
sai bello; e me ne rallegro con tutto l'ani- 
mo. Soltanto io torrei via alcuni periodi 
dal principio, ove sono quelle storie At- 
tiche e Spartane : e quel Giove, quell'Eu- 
sino, quel domatore del Pelopponeso sono 
voci, o imagini che inalzano troppo lo 
stile e lo sforzano, e lo traggono al re- 
torico delle scuole. Entrerei più nuda- 
mente, anzi severamente nella materia: 
e credo che il tuo ragionare si farebbe 
migliore , prendendo un' andatura tutta 
semplice e piena. Ma ti ripeto che lodo as- 
sai quelle lue parole: e quel pensiero ma- 
gnanimo de' nostri dolcissimi amici. E il 
dovete, per Iddio t porre ad effetto per onor 
nostro, e per comune soddisfazione. È vera- 
mente nobile ancor quel progetto dell'ac- 
cademia: non dico di quello di cantargli 
de' versi, che è lode ornai fatta volgare, 
perchè comune co' dottori , colle spose , 
co' preti novelli, e colle monache; ma dico 
dell'onorarlo dell'imagine. E a questo pro- 
posito voglio che sappiate che due scul- 
tori qui lavorano il busto del nostro Ros- 
sini: l'uno è lo Spagnuolo, l'altro è il 
Trentanove (l),che scolpì già quell'adultera 

(1) Raimondo Trentanove nacque a Faenza il 6 
gennaio 1792 e morì sul fiore della virilità il 5 
giugno 1832. Fin da fanciullo mostrò grande incli- 
nazione all'arte; apprese nell'Accademia di Car- 
rara il disegno dal professore De Maria e l' arte 
di modellare dall'egregio Bertolini. Riesci valen- 
tissimo, e le sue opere, non che dai savi, riscos- 
sero gli elogi del più grande scultore moderno, il 
quale diedegli a fare i quattro bassirilievi del pie- 
destallo che porta la statua di Washington, di com- 
missione degli Stati Uniti d'America. Opero assai, 
e dalle statue antiche e da quelle del Canova trasse 
bellamente molte copie, dacché, imitando l' ottimo, 
veniva più presto all' eccellenza dell' arte. Ebbe 
1' animo composto a gentilezza , modi graziosi , 
pei quali era amato da tutti» e forte l' ingegno, 
come sensibile il cuore. — Tale a un di presso è 
il giudizio che sul Trentanove ne fornisce Filippo 
De Boni; giudizio che non sembra molto conforme 
a quello qui esternato dal Perticari. (D. M.) 



26 



LETTERE INEDITE DI ILLUSTRI ITALIANI 



con quello stallone, ed ora per emenda 
scolpirà le oneste forme del nostro Orfeo. 
Ma questi sono scultori di umile condi- 
zione : né qui sono celebrati. A me forse 
basterebbe l'animo di far operare questo 
ritratto nello studio dello stesso Canova, 
o dallo scalpello di Tadolini, colla spesa 
di Se. 60, o al più Se. 80. E cosi potreb- 
besi avere non solo un busto di Rossini, 
ma una beli' opera d'arte statuaria nella 
nostra Pesaro, dove non se ne vede alcuna. 
E da questo sasso si caverebbero tanti 
gessi, da ornarne non solo il teatro, ma 
quante camere si voglia per gli amatori 
dell'armonia, e degli uomini illustri della 
patria. E forse col solo prezzo de' gessi 
presto si verrebbe a cuoprire l'intera spesa 
del marmo. Per l'accademia ancora vorrei 
servirvi: ma non mi sarà cosa possibile; 
tante sono le noje che d' ogni lato non 
solo mi stringono, ma mi opprimono; né 
so in qual maniera sbrigarmene. Intorno 
quello che mi toccate sopra la Presi- 
denza, ponete mente a quello che vi dico. 
Non fate Presidenti perpetui. Se Macchi- 
relli rinuncia, cogliete questa occasione 
per eleggere un nuovo Presidente, bien- 
nale, o triennale: non più. Per questa via 
si sveglia più l'emulazione: si mantiene 
più viva la cura delle cose accademiche: 
ed ogni sospetto di stato dispotico s'al- 
lontana. Perla prima volta eleggete l'ot- 
timo Petrucci: che la scelta non può es- 
sere più bella. Che se crederete di onorar 
me, il farete quand'io sia tornato in pa- 
tria, dando questo premio agli ultimi anni 
della mia vecchiaja. Ma ora in nulla po- 
trei servirvi e per le soverchie mie bri- 
ghe e per la mia lontananza di molti al- 
tri mesi. Fate di grazia secondo che vi 
consiglio : io non sento il ticchio delle 
ambizioni, e sono mosso dal desiderio 
del bene e della gloria del nostro dilet- 
tissimo nido. Ma tornando agli affari delle 



stalle, non istate in pena per quelle cose 
che ponno essere scritte al nostro governo 
o da' magistrati o dalle spie. Perchè già 
il pubblico grido è tale che tutti prende- 
ranno le parti della città. Non di meno 
siate certo che le vostre lettere saranno 
lette in domo altissimi: e saranno anche 
aiutate dalla viva voce e dal gridare di 
molti. Se scuoprirò poi cosa che meriti 
d'essere saputa, io vincerò la mia pigri- 
zia, e subitamente ve la scriverò, perchè 
vi sia di norma. Ma intanto la faccio da 
profeta, e vi dico: che presto sarete li- 
beri di codesti malnati ospiti: e che la 
peste Gallesca verrà in Roma, vero ed 
antichissimo ricetto di tutte le lordure 
dell'universo. Onde di tante cose dei vec- 
chi Romani bellissime ed altissime già 
perdute non senza misterio de' fati è ri- 
masta intatta la sola Cloaca Massima : 
forse come simbolo e Palladio della città: 
per cui sono certo che dopo tante fecce 
qua colate da tutti i monti e da tutti i 
mari, coleranno pur queste , qual colmo 
d'ogni altra feccia. Ma voi ne sarete al- 
fine liberati : né dovrete più sostener que- 
sto puzzo; né sarà picciola la vostra glo- 
ria, dicendosi per lo mondo che avete cac- 
ciato dalle vostre mura l'oscena moglie 
d'un grandissimo principe per sostenere 
la fama del figliuolo del trombetta del 
comune: insegnando voi agli stolti potenti 
come la vera virtù dell'ingegno sia mag- 
giore di tutte le vili e matte glorie di tutti 
i principi della terra. E in questi altissimi 
sensi mi pongo a meditare: e ti lascio. 

Abbracciati per me con Ferri, con Pe- 
trucci, con Paoli, con Raldussini, con Betti, 
e con tutti i buoni. Bacia per me le tue 
donne, e l'ottimo Schiavini: e sta sano. 

Di Roma, 1 giugno 1819. 

Il tuissìmo 
GIULIO PERTICARI. 



X. 



SAVERIO BETTINELLI 



(N. 1718, in. 1808). 



Il Bettinelli, storico e poeta, fu come uno 
di que' fuochi fatui, dice un biografo mo- 
derno, i quali sorgono improvvisi, s'aggi- 
rano per qualche tempo intorno al capo del 
notturno peregrino, lo abbagliano, lo scuo- 
tono, lo seducono, ma in sul più bello del 
loro guizzare spariscono e più non lasciano 
traccia di sé. Tuttavia, in mezzo alla far- 
ragine delle sue scritture, non è certamente 
priva di merito quella intitolata: Il Risor- 
gimento d'Italia negli studi, nelle arti e 
nei costumi dopo il mille, ove, ad onta 
dello stile scorretto, è mantenuto l'ordine 
necessario e si hanno copiose e interessanti 
notizie. (D. M.). 

Lettera di Saverio Bettinelli. 

Sig. Marchese stimatissimo. 

Mantova, 7 luglio 1794. 

L'occasione d'un piccolo omaggio da 
offrire al mio pregiatissimo sig. Marchese 
mi fa rompere il lungo silenzio. Mi trat- 
tien sempre il timor di sturbare le sue 
belle imprese, e i bei pensieri villerecci, 
creatori, antiquari, ecc. Di questi ho ve- 
duto un nuovo cenno nel nostro Giornale, 
onde mi son consolato vedendo , eh' ella 
ha ripigliato coraggio, e quindi amore per 
le sue Torri. 



Le presento adunque i miei Sonetti su 
le vicende presenti d'Europa, o recenti (1). 
L'unirli insieme, e porli in ordine m' è 
parato dar lor più forza, o giustificare la 
debolezza, o l'ardire d'alcuni. 

La varietà poi nello stesso argomento 



(1) Sono dodici sonetti stampati senza data e 
indicazione di tipografia in un foglietto in-32.°, 
intitolati 1.° A Parigi. Per la rivoluzione del 1789; 
"2° Nello stesso argomento ; 3.° Alla Nazione (Fran- 
cia); 4.° All'Assemblea minacciata dal popolo, 1791; 
5.° Al Re ( di Francia) 1792; 6.° Fine del secolo 
XVIII, 1793 ; 7.° Al Castello di Mantova, prigione 
di Semonville, ecc. 1793; 8.° Il triumvirato. Estinti 
re e regina, 1793 ; 9.° All'Impero Germanico, 1793; 
10.° L'Italia. Dopo Tolone perduta dagli Inglesi, ecc. 
1793; 11.° A Venezia, 1794; 12.° Al Papa. 1794. 
Nel primo sonetto il Bettinelli osa affermare, con 
istile ben diverso da quello dell'Alfieri , che la 
Francia s'era Favola fatta all'Europee contrade ; 
nel secondo augura a Parigi la stessa fine di Pai- 
mira e Menfi; nel terzo vede già i cittadini di 
Londra calpestare le ossa dei Parigini dopo averli 
in vita insultati; nel terzo minaccia ruina al Se- 
nato francese, perchè mosse colla filosofia guerra 
al cielo , calpestò il trono e l'altare , e gridò li- 
bertà all'orba plebe insana; nel quinto riguarda 
come prossima salvatrice della Francia e dell' u- 
manità la dinastia dei Borboni, ecc., ecc. Sarebbe 
utile ed istruttivo contrapporre- a questi rimati 
mugolamenti gli elogi che io stesso Bettinelli fece 
pof della libertà e dei frutti della rivoluzione 
francese quando ebbe bisogno dei governi che in 
Italia nacquero da quella! Tali elogi stanno in al- 
cune sue lettere ed istanze autografe che si con- 
servano negli Archivj Governativi di S. Fedele 
in Milano. In tutti i tempi le stesse maschere, gli 
stessi truffaldini e burattini ! 



28 



LETTERI NEDITE DI ILLUSTRI ITALIANI 



supplisce talora agli altri pregi, che man- 
cano. 

Infine serviranno di pretesto per chie- 
derle sue nuove con quelle della sua villa, 
e della città sua. Come mai giuoca essa 
perdutamente in questo Stato , e in tai 
circostanze di Tridui, e di spaventi? Si 
dice che il mio Sig. Principe Luigi Gon 
zaga v' abbia lasciate 900 sovrane su '1 
tavoliere, che sono per lui, non ricco, un 
tesoro. È egli possibile , o è una conse- 
guenza del giuoco dominatore in Vesco- 
vado suo feudo , come fu anche l' anno 
scorso? Parlasi d'un M.e Arrigucci e com- 
pagni a tal proposito. 

Le nuove del mondo grande le saran 
note, e non sono da scriversi tra noi, che 
vogliamo pensieri men disgustosi, e dob- 
biamo studiarci a sperar meglio. Bit me- 
Uova è il mio ritornello. 



Segue egli il Contino Schinchinelli a 
usar buone maniere colla moglie , come 
fece al suo ritorno? Sento che neppure 
il Vescovado, il Capitolo, ecc. non le usano 
costà l'uno coll'altro, né co' secolari. Che 
influsso è codesto? Noi siam pacifici an- 
che su questo, e perfin nel politico , nel 
militare, nel buon governo civile andiam 
per la via dritta. Io ci vo pure colla sa- 
lute avendo domata qualche febretta colla 
china. 

Le auguro ogni bene , e senza china , 
come sono senza fine e modo 

7/ suo Umilino Dev.mo Obb.mo servo 
Bettinelli. 



A Monsieur 
M.r Le Marquis Louis de P... 
à Creinone 



7><&Q*?SZZ2JzZZ<>- 



XI. 



IPPOLITO PINDEMONTE 



(N. 1753, m. 1828). 



La seguente lettera del Pindemonte, im- 
prontata di quella soave e rassegnata me- 
lanconia di cui sono cosparse tutte le sue 
opere, non è priva anche di un certo inte- 
resse pei luttuosi avvenimenti a cui allude. 

(D. M.). 

Lettera di Ippolito Pindemonte 

Signor Conte pregiatissimo. 

Verona, 2 luglio 1814. 

Ella non è mai diverso da sé mede- 
.simo, cioè conserva sempre quella genti- 
lezza d'animo, e quella bontà verso me, 
ch'io conosco da tanto tempo, e di cui 
farò sempre il conto, ch'io deggio. Io con- 
tra il mio solito passai l' inverno in Ve- 
rona : ma, liberata dal blocco Venezia, mi 
vi recai, e vi passai un buon mese. Or 
sono di nuovo qui, ove passerò l' estate, 
se pure avremo estate quest'anno, e l'au- 
tunno ancora, secondo il mio costume, 
com'ella sa. L'inverno per verità, che non 
fu lieto per alcuno, fu assai tristo per me, 
avendo io perduto il primo de' miei due 
nipoti, che fu attaccato da quella maligna 



infermità , che or dicesi tifo , e eh' egli 
prese in assistere ai soldati infermi nel- 
l' ospitale. Dio è padrone. La virtù del 
giovane mi consola, quando io penso a 
lui, e allo stato di felicità, in cui posso 
credere che per quella ei si trovi : ma , 
pensando a me, non posso non conside- 
rare, che quanto più virtuoso era il gio- 
vane, tanto più grande è la perdita dame 
fatta. Il Signore conservi sempre a lei 
l'egregia consorte, e i figliuoli , de' quali 
sento con infinito piacere, ch'ella abbia 
ragione d'essere soddisfatto. Sono inca- 
ricato dal P. Gaetano Salomoni di dirle , 
ch'ella non dubiti di tutta la sua premura 
in tutto ciò che può da lei venirgli rac- 
comandato. Ella mi conservi la sua gra- 
zia, mio caro signor Conte Alfonso; e mi 
creda qual sono con molta e sincera stima 

Suo Div.mo Obb.mo Servitore ed Amico 
Ippolito Pindemonte. 

Al nobile Signor 
Il Signor Conte Alfonso Belgrado 

Udine. 



XII. 



ADEODATO RESSI 



(N. 1768. ra. 1821.) 



L' infelice conte Adeodato Ressi nacque a 
Cervia nella provincia di Ravenna dal conte 
Giuseppe e da Teresa Mazzolani, occupò per 
18 anni la cattedra di economia pubblica e di 
diritto commerciale e marittimo nell'univer- 
sità di Pavia, si cattivò l'amore e la stima de- 
gli scolari e pubblicò un'opera intitolata: Eco- 
nomia della specie umana, che più di tante 
altre meriterebbe di essere conosciuta e stu- 
diata. La seguente lettera inedita è l' ultima 
da lui diretta alla moglie, Anna Moscati, 
dall'isola di S. Michele in Venezia, ove 
morì detenuto per accusa di carboneria. Le 
abbreviature v. Gb. indicano il visto del consi- 
gliere processante, a cui si dovevano sottopor- 
re tutte le lettere dei carcerati. Vedi le Mie 
prigioni di Silvio Pellico, capo LI, e le A adi- 
zioni di Maroncelli, capo LI. (1). (D. M.) 

Lettera di Adeodato Ressi. 

Carissima Nina. 

Ho ricevuto l'ottima pelliccia. Ringrazia 
la contessa Gritli e il conte Guarini di 
tanta bontà. 

(1) Poco dissero del Ressi il Pellico ed il Foresti; 
poco , e con più di qualche inesattezza, il Yan- 
nucci ; nulla i Dizionari biografici che pur si di- 
cono universali. Il prof. Berlan ha già in pronto 
una particolareggiata biografia, desunta da docu- 
menti inediti ; la quale considera il Ressi come 
egregio economista, come ottimo cittadino e come 
nobile vittima dell'oppressione austriaca. Mai tempi 
non volgono propizj alla pubblicazione di tali stu- 



A quest'ora avrai ricevuto una mia con 
entro la lettera per tua Madre ed altra 
per il Zio. Vorrei, che a questi scrivessi 
tu pure due righe. 

Sento che tuo Padre li ha mandato 100 
lire. Non gli scrivo per non moltiplicar 
lettere. Ringrazialo cordialmente anche 
per parte mia. 

Sospiro di vederti e abbracciarti. Prega 
il degnissimo sig. Consigliere a farti que- 
sta grazia il più presto che sia possibile. 
Sono rassegnato alla Provvidenza. Non ho 
maggior pena quanto quella di vedermi 
diviso da te. Voglia il Cielo riunirci a:l 
più presto. Addio, mia cara. Ti mando 
mille cordiali affettuosi saluti. 

Mich. e 28 Dee/ 1821. 

L'aff.mo tuo marito 
v. Gb. Adeodato Ressi. 

Alla Gentil Donna 

La Sig. Contessa Ressi 

S. R. M. 

di; perchè non li favorisce chi dovrebbe, e perche 
pochi li leggono, e pochissimi li comperano. Se si 
potesse fondare in Italia una Società di pubblica ri- 
conoscenza (e se ne fondano tante inutili!) avente 
per line di glorificare i santi ed i martiri della pa- 
tria poco o nulla conosciuti, ad esempio ed emu- 
lazione dei posteri, e per pagare il sacro debito 
che tiene ogni nazione verso i propri benefattori, 
una delle sue prime cure dovrebb'essere intorno 
al Ressi. Egli, morto in carcere, non potè dire, non 
potè scrivere nulla di sé; tanto dunque più so- 
lenne dovrebb'essere la commemorazione che la po- 
sterità facesse di lui. 



XIII. 



GIUSEPPE PECCHI 



(N. 1788, m. 1855.) 



Economista e letterato, il Pecchio fu nel 
novero di quei valenti che nelle pagine del 
Conciliatore iniziarono il ridestamento d'I- 
talia. Più fortunato però di Pellico e di 
Ressi, sfuggi alla vendetta dello straniero; 
ma ovunque ramingasse, in Ispagna, in In- 
ghilterra, in Grecia i suoi pensieri e le sue 
opere, anche in povertà, non ebbero che 
una meta, la liberazione e la grandezza del 
suo paese. (D. M.). 

Lettera di Giuseppe Pecchio 
Mantegazza carissimo. 

La bolletta è l'inferno dell'uomo. Ho 
bisogno di un po' di denaro, tanto più che 



voglio comperarmi qualche sloffetla per 
farmi un abito leggiero di estate. Se dun- 
que non l'è d' incomodo , consegni quel 
che l'è di comodo al latore. Giovedì mat- 
tina, se gli (!) piace, anderemo insieme a S. 
Siro a vedere il cavallo, e a far colazione. 
Conduca anche sua moglie, che alle donne 
piace la campagna. 

Ho l'onore di dichiararmi 



Suo Obb.mo Servo 
Pecchio Giuseppe. 



Al Sig. Mantegazza. 



XIV. 



DEFENDENTE SACCHI 



(N. 1796. m. 1840.) 



Ebbe Defendente i natali a Casamatta, ca- 
scina del comune di Campomorto, nell'agro 
pavese (1), e non visse che 44 anni ; ma la 
sua corta esistenza fu tutta dedicata agli 
studi e all'educazione. Novelliere, biografo, 
storico, archeologo, poeta, filosofo e giorna- 
lista; uomo operosissimo e di una fecondità 
piuttosto unica che rara , fu comunemente 
ritenuto a' suoi giorni dittatore nella critica 
letteraria e chiuse gli occhi fra il generale 
compianto. Dispose d' ogni suo avere per 
l' istituzione d' una scuola artistica in Pavia. 
Sebbene non si rilevi dall'autografo posse- 
duto dal Muoni, la seguente lettera è evi- 
dentemente diretta a Vincenzo Lancetti, e 
rende il più grande onore a questo cospicuo 
poligrafo cremonese. (D. M.). 

Lettera di Defendente Sacchi 

Chiarissimo Signore 

Ella non potrà immaginare quanto mi 
sia riescita grata la gentile sua lettera, e 
certo è un principio di simpatia che ne 
volea avvicinare, perchè prima ch'Ella mi 
fosse tanto gentile di espressioni nella 



(1) Sull' antica e interessante abazia di questo 
comune veggasi il già citato libro del possessore 
della lettera qui prodotta : Binaseo ed altri comuni 
dell' agro pavese , Milano , Tipografia ex Boniotti , 
1864. 



prefazione del Buhle, (1) aveva assai ammi- 
rato il suo Petronio, ed allorché uscì il 
primo fascicolo dello Spiltz trovai in quei 
giudizi un certo modo di vedere che troppo 
bene si accordava col mio. Or finalmente 
ecco che questa platonica simpatia viene 
di due parti a formarne un insieme, e 
questa fortuna, più che il caso della no- 
stra comune amicizia con Cattaneo, io la 
ripeto dalla di Lei gentilezza e gliene so' 
grazie infinite, in ispecie perchè conosco 
d'esserne assai poco meritevole. Ad ogni 
modo s'Ella più che alle (sic) qualità dello 
intelletto ama quelle del cuore, io credo 
di offrirle de' sentimenti non indegni del 
suo, e come prima siasi alquanto svolto que- 
sto freddo, verrò a Milano onde procurarmi 
il piacere di conoscerla personalmente. 

Nel giorno istesso in cui mi rallegrò la 
di Lei lettera mi giunsero per mezzo di 
Cattaneo i tre volumi della Biografia Cre- 
monese, e certo mi dolsi di avere espresso 
all'amico un mio desiderio, perchè Ella 
dovesse donarmi tanta copia di libri. For- 
tunata quella città che può andar lieta di 
ottimi figli, fortunatissima quella che fra 
gli ottimi uno migliore ne vanta che ponga 
le sue cure a renderla illustre ; e se ogni 
italiana città avesse un tale qual'Ella fu 



(1) Buhle Gio. Teofllo Amedeo, filologo tedesco, 
autore della Storia della Filosofia. 



LETTERE INEDITE DI ILLUSTRI ITALIANI 



33 



per Cremona, niuna nazione potrebbe van- 
tarsi di aver meglio illustrati i propri uo- 
mini di merito, e tanti che giacciono nel- 
l' oblivione verrebbero donati alla pub- 
blica estimazione. Ma o Cremona ha troppi 
uomini distinti, o in queste imprese vo- 
glionsi molte braccia, o il piano ch'Ella 
assunse è soverchiamente vasto per reg- 
gere alle minute ricerche, delle quali in 
molte parti della Biografia volle largheg- 
giare, sicché mentre recava un vantaggio 
su varie sconosciute famiglie, fabbricava 
il danno, poiché Ella, di soverchio affa- 
ticato, volle ristarsi, e di ciò deve di certo 
assai andarne dolente la sua patria. 

Fra le mie cose che le mandava, lasciai 
la Storta della filosofia, perchè Ella cono- 
scevala e anzi ricevette da lei non picciol 
lustro. Ma io ho interrotto quel lavoro per- 
chè non mi soffriva la pazienza di prose- 
guire a redigere le opinioni altrui , e lo 
volea terminare se mi fosse sortito il de- 
siderio per cui lo intrapresi, ed era l'in- 
segnamento di quella disciplina in questa 
Università, poiché allora raccoglieva i ma- 
teriali pei due soggetti; ma le mie spe- 
ranze andarono fallite e solo per opera 
d'uno scellerato che disonora l'Università, 
la cattedra e il Governo cui serve: quindi 
quella impresa si restò, né fia che or vi 
ponga mano ancora se noi mi consiglierà 
maggior quiete di pensieri. Le mando ora 
una copia della mia Oriele: voglia acco- 
gliere di buon animo questa povera sfor- 
tunata, che sebben fanciulla innocente, si 
volle farla una prostituta : io però sebbene 



la conosca di pochi pregi e sfornita d'ogni 
vezzo, é una figlia che predilego (sic) , e 
quindi mi piace di mandargliela siccome 
ossequio della mia devozione. 

Intanto che giunga miglior momento di 
parlarci, si tenga certo della maggior mia 
stima. Ho riferito a Carpanelli i suoi sa- 
luti, che aggradi moltissimo , e disse di 
averli ricevuti altra volta, sicché glieli ri- 
cambia doppiamente e di tutto cuore. Io 
vedo assai volentieri ch'Ella lo stimi, per- 
ché è l'uomo di sommo merito in grande 
umiltà: non so s'Ella abbia veduta la sua 
Storia Pavese, ivi son tali elementi da pro- 
vare, che poteva divenire uno storico non 
dissimile da Tacito, ma Carpanelli è uomo 
che non si cura gran fatto della gloria, 
né volle occuparsi senza occasione, quindi 
studia per sé e non si cura di fare le 
opere di cui sarebbe capace; io credo fer- 
mamente che Carpanelli sarebbe il solo 
che potrebbe fare assai bene un compen- 
dio della storia d'Italia, poiché abbiam 
veduto che Botta in questa impresa fu 
assai minore di sé stesso, intendo dei tre 
volumi stampati nel 1825 in Francia. S'Ella 
non conosce la storia di Carpanelli io gliela 
manderò perchè la raccomandi al dottore 
Spiltz. 

Le rinnovo i miei ossequi. 

Serv. Dev. 
Defendente Sacchi. 

Pavia, 25 Genn. 1826. 



•^estS^i^c^^&^S^èJ^^- 



INDICE DELLE LETTERE 



I. Giuseppe Parini Pag. 5 

II. Teresa Bandettini-Landucci 8 

III. Gregorio Fontana '. . io 

IV. Melchiorre Gioja » 12 

V. Giandomenico Romas'Rosi » 18 

VI. Santorre Santarosa » 20 

VII. Giuseppe Giusti » 22 

Vili. Giovanni Berchet .23 

IX. Giulio Perticari » 24 

X. Saverio Bettinelli » 27 

XI. Ippolito Pindemonte » 29 

XII. Adeodato Ressi . ...» 30 

XIII. Giuseppe Pecehio » 31 

XIV. Defendente Sacchi 32 












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